Quanto costa una parola?

L’inaugurazione della mostra “Le forme del valore: arte e denaro”, aperta sino al 23 ottobre, ha accolto in sé momenti d’intimo incanto, dove studenti, professori e ospiti, sono rimasti sospesi nelle luci e nei magici giochi di musica e poesia, proiettati su IULM 1

Entrando in IULM 1, in questi giorni, lo sguardo vi sarà caduto su “Il valore della parola”, opera-stendardo, creata durante la performance pubblica dell’inaugurazione alla mostra “Le forme del valore: arte e denaro”. Vi siete mai chiesti quanto costa una parola?

Dei tanti naufragi a cui assistiamo, quello che più mi colpisce è il naufragio della parola, degradata e declassata dalle nostre stesse bocche.

Il pessimismo linguistico di Marco Nereo Rotelli non ha nulla, però, a che vedere con la filologica e luminosa meraviglia che ha avvolto le strutture della IULM, mercoledì 8 ottobre.
Marco Nereo Rotelli, artista dalla mano fluida e lucente, assieme agli studenti del Corso di Laurea Magistrale in Arti, patrimoni e marcati, ha saputo incidere nella coscienza dell’ateneo un’impronta potente. La mostra “Le forme del valore: arte e denaro”, inserita nel progetto “Word of the Year”, aperta sino al 23 ottobre, rilegge il denaro, e tutto ciò che ad esso leghiamo, con lo strumento poetico.

Vincenzo Trione, preside di facoltà, crede infatti idealistica, seppur nobile la visione di chi pone la poesia in un’ottica anticonsumistica e senza prezzo. 

Mi affascina l’idea che la poesia sia, invece, consumata, abusata, tradita, soggettivizzata. L’opera di Nereo Rotelli s’indirizza in questo senso. Prendendo frammenti poetici, di alcuni dei più grandi autori della contemporaneità, li monumentalizza, rendendoli eterni. Al tempo stesso, però, questi frammenti sono elementi sopravvissuti ad un naufragio, che vengono sgretolati e lasciati come tracce dimenticate. La mostra in IULM è un viaggio tra parole logorate, ora riposte in un luogo nuovo.

Anche il rettore Gianni Canova segue questa scia: 

Che tutto sia usurabile è un’idea che mi piace. L’impermanenza e l’usura danno un valore reale. Non credo nell’eternizzazione, come valore fondante dell’arte. Anch’essa è come la carne, inevitabilmente destinata a passare. È anche la morte che dà senso alla vita di un uomo.

Temo profondamente la corruzione del linguaggio. La temo ancora di più di quella politica e giuridica. In quel senso, esistono istituzioni, come i magistrati, in grado di arginare il fenomeno. Mi spaventa la deriva della parola. Forse solo la poesia ci può ancora insegnare l’intimo rispetto che dobbiamo avere verso di essa.

Insomma, in questa dialettica valoriale, tra arte e denaro, portiamo a casa una sintesi che c’insegna la sublime dote d’accogliere l’impermanenza. 
Un panta rèi che accomuna il dato poetico e il dato economico, inscindibili e interconnessi dalla loro univoca sorgente, quella del valore. Declinarlo è un’opera artificiale, che spetta all’uomo. 
Le parole che escono dalla nostra bocca implicano responsabilità, così come la implica il denaro che, attraverso noi, circola. 
L’uomo è un veicolo di transizione, dove idee e oro s’intersecano. A noi il diritto e l’impegno di gestirli. L’atto sociale della IULM di proporre una mostra così delicata aiuta. 

Il denaro, “lo sterco del diavolo”, è troppo spesso un tabù. Redimerlo non è un modo per idolatrarlo. Nessun Dio Denaro. Redimere significa purificarlo dai suoi peccati. Lui non ha fatto nulla. Anche le parole, in sé, non fanno nulla. Non è un valore sparso a tutti. Il suo potere è complicato e profondo. Possiamo esserne schiavi, tremendi adulatori o saggi economi. 

A noi la capacità di coglierne le sottilissime dinamiche.