Uno sguardo che rivela il mondo: Laurea Honoris Causa al regista Marco Bellocchio

“Immagini che ci guardano. Immagini che ci riguardano”.

Il titolo della laudatio presentata dal rettore Gianni Canova evoca sin da subito il cinema del maestro Marco Bellocchio, la cui carriera inizia nel 1965 con il drammatico “pugni in tasca”, per poi giungere, più di cinquant’anni dopo, a “il traditore”, in corsa per aggiudicarsi una nomination ai premi più ambiti dell’anno, gli Oscar.

Nel cinema si parla spesso della “forza delle immagini”, della capacità del regista di catalizzare l’attenzione dell’osservatore sul mondo che lui stesso sta rappresentando. Pochi registi hanno la capacità di dare questa imprescindibile potenza a ciò che viene mostrato sullo schermo e Marco Bellocchio è uno di questi.

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Marco Bellocchio, regista de “Il traditore”

Tra poesia e pittura

Questa sua indubbia capacità, che l’ha reso uno dei registi italiani universalmente riconosciuti e apprezzati, deriva da un passato fatto di pittura e poesia. Bellocchio rivela la sua iniziale apertura verso il mondo della recitazione, che fa da tramite con la stessa arte poetica, e un profondo legame con la pittura (di stampo espressionista), che ritroveremo anche nel suo cinema.

Ma le immagini sono sempre state la sua vera vocazione, le immagini in movimento che solo il cinema è capace di regalare in modo così diretto e intenso.

“Perché fai film?” gli chiedono (e si chiede lo stesso regista), e la risposta è che il film nasce da un’immagine dapprima inesistente, che si forma e prende corpo e riesce a far apparire qualcosa di nuovo.

Ma Bellocchio parla del cinema soprattutto come arte collettiva, come collaborazione di più menti e più corpi, per dare vita al film come arriva a noi spettatori. Ma è un’arte collettiva anche perché necessita di essere condivisa con gli altri per raggiungere il suo massimo valore.

Marco Bellocchio, regista “giovane”

Ciò che traspare dalle parole di Marco Bellocchio è il modo in cui lui vede il mondo del cinema come un luogo dove divertirsi. L’ironia diventa un tema chiave della poetica del regista, e si percepisce come per lui “fare cinema” significhi sperimentare, giocare con le immagini, con il montaggio, con i suoni e anche (perché no) con i nomi dei suoi personaggi.

La sua più grande dote (ribadita da tutti gli attori e registi che l’hanno omaggiato con affetto, nel video di presentazione), è la capacità di reinventarsi, di immaginare, cosa ben visibile se si passano in rassegna le sue pellicole più iconiche: da un film romanzesco come “Vincere” all’allucinato “Diavolo in corpo”, da un film semi-autobiografico come “il regista di matrimoni” a un potente dramma storico come “Il Traditore”.

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Arte come libertà

Alla base della filmografia del regista italiano vi è una grande ricerca di libertà creativa ed espressiva: per essere un vero artista, il regista deve essere innanzitutto libero, perché solo in questo modo il cinema può davvero rispecchiarlo.

Caratteristiche che lo legavano a un altro regista “libero”, Bernardo Bertolucci, unito a Bellocchio da una profonda stima e amicizia.

Parlando de “il sogno della farfalla”, pellicola del 1994, Bertolucci si dice “ispirato” dal lavoro del regista. “Come se tu, forse per la prima volta, fossi rimasto folgorato dalla vera bellezza e ne fossi divenuto l’amante”, parole di un grande regista a un grande regista, che dimostrano perché Marco Bellocchio non meriti solo la Laurea Honoris Causa, ma un ruolo di primaria importanza nel panorama cinematografico internazionale.