Io che ho servito la mediocrità, Giorgia Piccirilli. Parte 1/3

Essere una persona mediocre è l’unica cosa che mi spaventa, è tutto ciò che ho sempre temuto.

Ed è proprio quello che sono diventata.

Non nasco da una famiglia povera, disagiata che fatica ad arrivare a fine mese. Non cresco in una zona periferica e malfamata, non ho ricevuto un’istruzione pessima.

La mediocrità che da sempre mi caratterizza non ha alcuna scusante, nessuna motivazione fondata.

Tutta la mia esistenza è stata una scalata a essa, sin dai primissimi anni di vita.

La mia famiglia è una famiglia benestante, cresco in un’area di Milano conosciuta per essere abitata da “artisti”. Asilo, elementari, medie e superiori frequentati rigorosamente in istituti privati. Cresco seguita da una tata, non una di quelle giovani universitarie che si improvvisano baby-sitter per guadagnare qualche soldo. La mia tata è una di quelle donne di una certa età che ha dedicato la propria vita a crescere i figli degli altri, una di quelle donne che ha frequentato svariati corsi di pedagogia, amante del proprio lavoro e dai sani principi. La mia tata, Maria, dopo scuola nel pomeriggio non mi portava al parco ma nei musei, alle mostre, il martedì e il giovedì a lezione di violino, il lunedì di equitazione e mercoledì di danza classica. Ho sempre mangiato cibo sano, preferibilmente biologico e, fino a qualche anno fa, non conoscevo il sapore del McDonald’s, delle caramelle gommose, dei biscotti al cioccolato e figuriamoci quello delle bibite gassate.

Mamma è un’affermata nutrizionista che segue celebri personaggi ossessionati dalla figura fisica che passano le giornate a sfiancarsi in palestra, a sperimentare ogni specie di trattamento estetico pur di fermare il tempo nei loro anni migliori e a privarsi di ogni cibo che abbia un minimo quantitativo calorico.

Mamma è una donna superficiale, arrogante, narcisista. Ama se stessa in maniera ossessiva, il lavoro è la sua religione, la famiglia solo una facciata. Non è mai stata in grado di fare la madre, tantomeno la moglie. È alla ricerca continua di uomini che le dicano quanto sia bella, quanto sia magra e quanto sembri giovane. Per quanto cerchi di sforzarmi non riesco a ricordare nemmeno una giornata passata insieme, nemmeno una sola volta che abbia rinunciato al lavoro o alle scappatelle per assistere a una mia recita scolastica o a un saggio di violino. È rimasta incinta perché tutte le sue amiche avevano dei figli e lei voleva dimostrare che sarebbe stata in grado di farne uno migliore, più bello, più intelligente, più carismatico di tutti quelli che stavano sfornando le compari. Purtroppo, non è andata così.

Papà insegna in università. Economia. Uomo gentile, dedito alla famiglia, amorevole e presente. Nonostante gli impegni lavorativi ha sempre trovato un po’ di tempo per me, o almeno ci ha sempre provato. Correva a casa ogni sera per poter cenare con la sua piccolina e Maria, ignaro di dove fosse mamma e di cosa stesse facendo. L’unico problema di papà è che non ha mai voluto vedere mamma per chi fosse realmente. Si è innamorato di lei da giovane, l’ha idealizzata e, con il passare degli anni, è rimasto incastrato in un matrimonio che non si merita. Papà è troppo buono per lasciare mamma, troppo ingenuo per capire cosa combini quando non lavora. Papà mi ama così tanto.

Eppure, io non riesco a provare assolutamente nulla per loro. Nessun tipo di sentimento, che sia positivo o negativo. Un minimo di affetto, di tenerezza per papà. Odio e disprezzo per mamma. Nulla. Raramente, se non mai, qualcosa riesce a smuovermi.

Il mio nome è Matilda, ho 28 anni, sono nata a Milano ma vivo a Dublino. Non c’è nulla, assolutamente niente, di speciale in me. Sono l’incarnazione vivente della mediocrità. A partire dall’aspetto fisico. Non sono mai stata bella da far girare i ragazzi ma neanche così brutta da essere bullizzata dai compagni di scuola. Per qualche strana ragione, probabilmente un’incosciente repulsione verso mamma, nonostante tutte le diete, i trattamenti a cui mi hanno sottoposto, quella benedetta bellezza latente (di cui mamma tanto parla) non è mai “sbocciata”.

Castana, occhi scuri, altezza media, viso anonimo. Una ragazza come tante altre.

«Matilda, smettila di mangiare le unghie, usa un buon reggiseno imbottito, e scioglila ogni tanto quella coda, ricordati la crema».

Essere attraente, essere guardata, essere alla moda, essere costantemente alla ricerca dell’ultima tendenza non è mai stata una mia preoccupazione. Apparire non ha mai avuto alcuna rilevanza.

Quello che da sempre mi infastidisce, ed è proprio l’unica cosa che mi suscita una qualche emozione, è la mia più assoluta incapacità di spiccare, di fare quel passo in più per distaccarmi dalla media, in qualsiasi situazione, che sia scolastica, universitaria, sportiva, artistica, sociale o lavorativa.

Non solo non sono brava in nulla, ma non ho neanche un accenno di carattere. Se, per esempio, mi trovassi al centro di una stanza piena di persone, nessuno e dico nessuno si accorgerebbe della mia presenza. Non ho personalità. Semplicemente esisto, ma se non esistessi sarebbe un po’ lo stesso per tutti. Tranne per papà, ovviamente.

Non sono socievole, simpatica, intelligente, particolarmente loquace o vagamente interessante. Non sono neanche scontrosa, arrogante, dispotica, una di quelle persone fastidiose ma che se non ci sono te ne accorgi e un po’ ti spiace che non siano presenti. Tanto per dire, in seconda media, durante una prova di evacuazione sono rimasta indietro, ero in bagno. Nessuno, perfino tra i professori, si è accorto della mia assenza. A tutt’oggi nessuno sa che per tutta la durata della prova sono rimasta in bagno e sono tornata al mio posto una volta rientrata tutta la classe.

Dopo aver terminato il liceo con il minimo dei voti e uno sforzo immane, mi sono immatricolata in un’università irlandese non molto conosciuta, con pochi studenti e professori che hanno deciso di insegnare solo dopo aver fallito a inseguire le proprie passioni.

L’idea dell’Irlanda è nata un po’ per caso. Una sera, mentre aspettavo papà, mi sono imbattuta in un film ambientato in parte tra le colline irlandesi. P.s I love you, ricordo ancora il titolo anche se della trama e tutto il resto ne so ben poco. Maria ha spento subito il televisore. «Se non sono documentari, non ne vale la pena, Matilda. La televisione rovina gli occhi e brucia il cervello.»

Non ho mai più cercato quel film, mi piace l’idea di conservarlo nella mia memoria proprio così. Giusto qualche spezzone. Una bella ragazza americana spaesata e un po’ spaventata che cammina tra gli scenari paradisiaci che l’Irlanda offre.

Ho scelto l’università con un criterio molto meno romantico e puramente pratico: accesso facile ai corsi, nessuna prova d’ammissione, un programma piuttosto semplice.

La verità è che non ho mai avuto una passione travolgente per qualcosa, nemmeno una lieve inclinazione. Vedo di continuo le persone intorno a me affannarsi per raggiungere i propri obiettivi, vivere di stenti pur di perseguire i propri sogni, mossi unicamente dalla pura passione.

Eppure, ci ho provato anch’io. Eccome se ci ho provato. Ho cercato di farmi piacere le lezioni di violino, poi quelle di equitazione e persino quelle di danza classica. Ma zero. Ho cercato di appassionarmi all’arte, dato che Maria continuava a trascinarmi nei musei milanesi. Zero anche qui.

Quando la tua vita è monotona, noiosa, banale e mediocre, l’unica cosa che desideri è vivere, anche solo per poco, quella di qualcun altro. Ti svegli la mattina e, in quei brevi istanti in cui hai appena aperto gli occhi e sei in uno stato di semi incoscienza, immagini di essere un’altra persona, di trascorrere giorni intensi ed emozionanti, di avere un qualche talento o capacità extra-ordinarie.

Stupidamente ho pensato che crescendo avrei trovato la mia predilezione, la mia ragione di vita, il motivo per il quale alzarmi ogni giorno entusiasta.

Prima di trasferirmi ero convinta che il vero problema fosse l’impossibilità di scegliere qualsiasi cosa autonomamente. Quando non ci pensava mamma, c’era Maria, quando non ci pensava Maria, papà mi suggeriva dolcemente cosa fare, cosa pensare. E io non sapevo dire di no.

Una volta messo piede in suolo irlandese mi sono detta: «Matilda ora sei libera. Puoi fare quello che vuoi, mangiare quello che vuoi, appassionarti veramente a qualcosa». E persino qui, chilometri e chilometri da casa, la mediocrità mi ha seguita, fedele e determinata a non lasciarmi mai sola.

Il vero problema è che non sono interessata a nulla e non sono brava in nulla. Ogni singolo giorno mi fermo a pensare a tutte quelle persone che scoprono di avere un talento, una qualche predilezione e che vivono la vita perseguendo quell’unico scopo. Sono affascinata dai dettagli delle loro incredibili storie. Talentuosi direttori di teatro conosciuti in tutto il mondo, surfisti che hanno conquistato le folle dopo esser scampati all’attacco di uno squalo bianco, critici d’arte chiamati a valutare le opere più preziose sulla faccia della terra, agenti dell’FBI che combattono impavidi il crimine ogni giorno, pianisti che riempiono i teatri più famosi. E poi ci sono io, che passo le giornate intere osservando questi personaggi straordinari, io che continuo a cercare quella strada che mi possa portare fuori dalla mediocrità e dritta dentro il mondo degli uomini eccezionali che hanno fatto la storia. Amo l’idea di diventare una di loro, ma non ho alcuna capacità fuori dal comune, non sono dedita a niente, nulla mi affascina realmente, non amo il duro lavoro e non ho carattere.

Da quando mi sono trasferita e tata Maria è uscita di scena, ho iniziato a guardare tanta di quella televisione da far veramente bruciare gli occhi ed esplodere il cervello. Mi sono intrattenuta con ogni genere di film o serie televisiva. Con estrema grazia e facilità mi immedesimo negli altri, nelle loro storie e nelle loro capacità. Un giorno sono Alan Turing, un altro sono John Hammond, un altro ancora Walt Disney, Tonya Harding, P.L. Travers, Wolfgang Amadeus o Edmond Rostand. Mi piace mescolare chi ce l’ha fatta nella realtà e chi ce l’ha fatta dietro a uno schermo. I due mondi si fondono e difficilmente riesco a distinguere quello che accade veramente da quello che sogno o vedo attraverso uno schermo.

Iniziati i corsi ho immediatamente capito quanto la vita universitaria si sarebbe prestata a essere noiosa. Lezioni noiose, professori noiosi, compagni noiosi e mediocri tanto quanto la sottoscritta.

Ho trascorso la maggior parte del tempo libero in caffetteria cercando di studiare quel minimo per poter passare gli esami, in biblioteca e persino nel parco dell’università. Risultato? Mai studiato. Passavo le ore a osservare le persone intorno a me, a scrutare ogni minimo particolare per scovare gli speciali.

Mi sono resa conto fin da subito che questa morbosa curiosità non avrebbe portato a nulla di buono, non appena trovavo una persona ai miei occhi affascinante e fuori dal comune, mi immedesimavo in lei con una facilità spaventosa persino per me. In poco riuscivo a copiare la cadenza, le smorfie facciali, i movimenti delle mani, ogni genere di tic.

Ma non era mai completamente appagante. In quel poco tempo non ero in grado di captare tutta la storia, ogni singolo dettaglio. Se ne andavano sempre troppo presto lasciandomi con quella pungente sensazione di incompletezza.

Così ho cercato di diventare più meticolosa, più scaltra. Ho pensato che trovare un lavoro che potesse permettermi di stare a stretto contatto con le vite degli altri per un lungo periodo sarebbe stata la soluzione migliore. Ho abbandonato l’università decisa a dedicarmi completamente alla ricerca di un impiego che rispettasse tali caratteristiche ma non avendo particolari abilità, non essendo particolarmente brillante, bella o loquace, ho faticato come mai prima.

CONTINUA…