Tamburi nella notte: l’Elfo e i Filodrammatici portano in scena Brecht

La commissione medica si spinse
fino al cimitero,
disseppellì con vanga benedetta
il defunto guerriero.
Ed il dottore visitò con scrupolo
il soldato o i resti del soldato.
Dichiarò ch’era “abile-arruolato”
e s’imboscava di fronte al pericolo.

(Leggenda del soldato morto, Bertolt Brecht)

Si accendono le luci e a dare il via allo spettacolo è la Leggenda del soldato morto, cantata dall’insieme degli attori.

In una notte del 1919, a Berlino, si è prossimi alla rivoluzione spartachista contro il governo della Repubblica di Weimar. Andrea torna in città con la pelle nera e un copricapo fatto di bende: è un reduce, un fantasma, un morto. Quella stessa sera la sua fidanzata Anna, sotto le pressioni dei genitori, è stata promessa in sposa all’abbiente e volgare Murk.

La scena, curata da Erika Carretta, si apre su un sipario fatto di bandiere rosse. Tra di esse fa capolino il volto di Rosa Luxemburg, intenta a spiegare le ragioni della rivoluzione.

Con l’avanzare dello spettacolo, gli spazi si estendono: dal ristretto appartamento della famiglia di Anna, per poi prendere l’intero palco nel Bar Piccadilly, fino all’immagine della città vibrante distrutta, sotto una luna rossa.

La coproduzione del Teatro dei Filodrammatici e del Teatro dell’Elfo, diretta da Francesco Frongia, si apre cpn un gusto spiccatamente brechtiano. L’orchestrina dal vivo e i manifesti sono infatti il preludio dello stile straniato che caratterizzerà più fortemente le opere della maturità dell’artista.

Le battute scambiate tra i giovani attori neodiplomati dell’Accademia dei Filodrammatici si giocano su un registro che ibrida comico, drammatico e grottesco, strappando allo spettatore una riflessione che, tuttavia, è anche intrisa di sentimento.

Le origini dell’opera

Quello che va in scena all’Elfo è un Brecht giovane e poco conosciuto, che al tempo studiava controvoglia medicina ed era un fervente frequentatore dello scenario kabarettistico di Monaco.

Nel 1922, nei difficili anni del primo dopoguerra, andò in scena per la prima volta una sua opera: Tamburi nella notte.

Lo spettacolo viene inscritto nella fase dei drammi espressionistici, in cui l’artista si fece acuto osservatore dall’ambiente che lo circondava. In queste sue prime opere sono individuabili dei forti connotati politici e la contestazione dei valori della borghesia.

Ciò nonostante, è da notare come Brecht stesso metta in discussione, all’interno dello spettacolo, l’importanza dell’azione politica rispetto alla sfera degli affetti.

Ho sempre pensato che per essere rivoluzionari fosse necessario essere romantici e che per fare la rivoluzione bisognava saper sognare. Ma cosa succede quando il privato si scontra con il pubblico? Cosa spinge i personaggi di quest’opera giovanile di Brecht a non aderire ai moti rivoluzionari per richiudersi nel luogo più intimo per una coppia di giovani amanti?

Commento del regista Francesco Frongia