La donna ad una dimensione. Un corpo sotto scrutinio

Nel corso della storia, il fisico della donna è spesso stato modellato in modo da conformarsi all’idea di bellezza del momento. Contando solo l’estetica, la donna è stata appiattita ad una dimensione: quella di corpo.

La donna ad una dimensione
Dipinto Tiziano, Venere con organista e Cupido
Tiziano, Venere con organista e Cupido, 1548

Epoca che vai, bellezza che trovi

La donna ad una dimensione
Alice Joyce
Alice Joyce, anni Venti

Nell’antica Roma, la donna è bella se dal corpo abbondante e morbido. Opulente nelle forme tanto quanto nei gioielli, la fisicità diventa il riflesso della ricchezza e del ceto sociale di appartenenza.
Nel Medioevo il corpo della donna deve essere esile per dimostrarne la castità e la purezza, i fianchi sono stretti ed il seno appena abbozzato, mentre il ventre, simbolo di fecondità, è prominente.
Con il Rinascimento torniamo alle forme rotondeggianti, alla bellezza “piena” della donna adulta e sensuale.

La donna ad una dimensione
Alice Joyce
Sophia Loren, anni Cinquanta

Flash forward di quattro secoli: arriviamo al Novecento. È il secolo dell’emancipazione, della rivendicazione di una libertà intellettuale, ma anche fisica. Si passa dalla mascolinità e l’androginia degli anni Venti, alla generosità delle forme degli anni Cinquanta.

Allora come oggi, l’idea promossa è che, per ogni epoca, esista un unico canone di fisicità femminile. E che per ricevere l’approvazione da parte della società sia necessario adempiere a tali standard di bellezza.

Body positivity…

Da un lato, gli sforzi volti a ridimensionare l’incidenza sociale dell’estetica sono numerosi. Ad esempio, il movimento del Body positivity, volto a ridefinire il concetto di corpo Perfetto, di fatto inesistente. L’idea non è recente: già in età vittoriana era nato il Victorian Dress Reform Movement, nel tentativo di scardinare l’uso del corsetto, indossato per avere un girovita striminzito.

Con l’avvento dei social media il movimento raggiunge una grande esposizione mediatica. Dando voce a quei corpi, maschili come femminili, che non sono tradizionalmente glorificati, si crea un bacino inclusivo di qualsiasi differenza.

… o shaming?

D’altro canto però, la denigrazione del corpo, il body shaming, si è diffuso in modo pervasivo e risonante. Ciò che risulta essere “fuori dagli schemi” e lontano dalla forma estetica idealizzata viene preso di mira e disprezzato.
Anche nell’ambito professionale, la bravura e la competenza di una donna sono subordinate a selettivi prototipi estetici.
Spesso le donne si trovano giudicate per l’aspetto fisico, invece che per il servizio, l’articolo o il programma presentato. Viceversa, nei colleghi maschi una eventuale “carenza” fisica è sottovalutata, meno discussa e meno incisiva.

La donna ad una dimensione
Scultura di M. De Geer, I am thinking of myself
Scultura di M. De Geer, I am thinking of myself

Prendiamo come esempio Giovanna Botteri. Le recenti critiche rivolte alla sua messa in piega e al suo abbigliamento sono esemplificative della logica sopra descritta. Certo, si potrebbe obiettare che numerosi uomini vengono presi in giro per la loro capigliatura. I capelli di Johnson, piuttosto che il “parrucchino” di Trump.

Tuttavia, la differenza risiede nella patina sessista che avvolge i commenti rivolti alla Botteri. In quanto donna, è assolutamente riprovevole che non sventoli la sua chioma fresca di shampoo Garnier mentre parla delle morti a Wuhan.

La credibilità di Johnson o di Trump, come potenti uomini a capo di altrettanto potenti paesi, non viene messa in discussione dai loro capelli (per quello sono sufficienti le loro azioni), mentre la professionalità di Botteri come giornalista apparentemente sì.

Una comunicazione per tutti

L’idea per cui la donna è un corpo e nient’altro, perciò è bene che si impegni a rispettare i paradigmi vigenti – poiché altre forme di realizzazione sono da escludersi -, esemplifica una logica sociale che ancora oggi fatica a sradicarsi.

Per questo credo che la comunicazione finora sia stata poco efficace.
Non penso che la soluzione sia la diffusione aggressiva (talvolta) di messaggi diretti a sensibilizzare unicamente le donne. E’ giusto che esse prendano coscienza del proprio essere, indipendentemente dall’involucro corporeo che le avvolge. Tuttavia, l’informazione dovrebbe interessare anche gli uomini, coloro che, per ignoranza o indifferenza, finora non hanno fatto altro che rivivificare l’indiscutibile disuguaglianza vigente.