Il giornalismo? Una questione di spettacolo. Intervista a Luca Bernabè

Da Tom Cruise a Natalie Portman, da Michael Cimino a Spike Lee, passando per Pelè.

Luca Bernabè, giornalista e critico cinematografico, nella sua carriera ha intervistato non poche celebrità, mosso dall’impulso di voler raccontare il mondo dello spettacolo in tutte le sue sfaccettature. Non solo cinema, ma anche fumetto, musica e altro ancora.

Quest’oggi, però, i ruoli si invertono. Ospite del Laboratorio di Giornalismo dell’Università IULM, ateneo in cui ha prima studiato e poi insegnato, Bernabè si è sottoposto alle domande degli studenti, che hanno provato a ricostruire un pezzo della sua vita.

Luca Bernabè durante un convegno all’Università IULM

Luca Bernabè, da dove nasce la sua passione per lo spettacolo? Durante gli anni dell’università, proprio alla IULM. Qui ho conosciuto il prof. Gianni Cavona, già critico cinematografico tra i più autorevoli del panorama italiano nonché professore universitario, scrittore e giornalista.

E quando ha scoperto che il cinema, oltre che studiarlo, voleva raccontarlo da giornalista?
Un giorno il prof. Canova, a lezione, fece una domanda alla quale risposi in maniera, secondo lui, molto interessante. Così mi chiese di collaborare per la sua rivista di cinema Duellanti, ora divenuto Duels. E così iniziai scrivendo recensioni di film.

Ha sempre e solo lavorato per il mondo del cinema?
Mi sono occupato di spettacolo in varie forme: cinema, musica, fumetto. Il mio primo lavoro è stato a Ciak, dove portai le recensioni che avevo scritto per Duellanti. Poi con gli anni sono nate altre collaborazioni con 8 ½, Io Donna e altri.

Si è ispirato o si ispira tutt’ora a qualche firma in particolare?
All’epoca i miei modelli di riferimento erano Gianni Canova, appunto, Ezio Alberione, critico cinematografico e Paola Piacenza, giornalista e regista. Cercavo di prendere spunto dai loro articoli, dai loro libri. Il mio consiglio è quello di avere dei modelli a cui ispirarsi, dai quali poi è necessario divincolarsi al più presto, pere dare spazio al proprio stile.

Il primo “big” con cui si è misurato?
Nel 2001 ho avuto la fortuna di avere un’intervista one to one con Michael Cimino, uno dei più grandi registi della storia del cinema. Posso definirlo quasi come un battesimo, perché poi da lì in poi sono sempre andato in crescendo.

Qual è l’intervista più clamorosa che ha fatto?
Ero stato invitato ad una round table con Pelè, per parlare del suo film autobiografico. Allo scadere del tempo gli ho posto una domanda che gli è piaciuta e così mi ha chiesto di accompagnarlo alla stanza in cui era diretto per un’altra intervista, concedendomi una one to one “rubata”. Ma ho incontrato anche Tom Cruise, Natalie Portman e molti altri.

E invece di ossi duri, in termini di carattere, ce ne sono?
Sicuramente Spike Lee, che ho intervistato già diverse volte. Succede di frequente che lui non voglia rispondere ad una domanda, per questo è bene averne tante in archivio, per essere il meno banale possibile. È pungente nelle risposte, l’importante è non mollare la presa.

Sempre sui set, quanto si percepisce l’avversione allo spoiler?
Dipende. Negli ultimi anni ho visitato quasi tutti i set di James Bond. A differenza di altri, lì c’è un grado di segretezza paragonabile al Pentagono, per rendere l’idea. In quei casi, è importante fare riferimento alle diverse figure professionali che si trovano all’interno del set, dagli scenografi ai costumisti agli operatori di macchina, che spesso ti raccontano molti più dettagli del regista o dell’attore protagonista.

Ci ha detto che lavora principalmente per Ciak, un mensile. Ecco, com’è scrivere per un periodico?
Mentre il lavoro in un quotidiano è molto più frenetico, per via delle deadline molto ristrette, ovviamente produrre contenuti per un mensile – anche se i tempi di Ciak sono quasi quelli di un settimanale – significa avere il lusso di poter sbobinare integralmente il registrato, nel caso di un’intervista, e così lavorarci sopra con più calma.

Mi pare di capire che lei sia un freelance.
In realtà con Ciak ho una quasi esclusiva, quindi non posso andare sul set per loro e poi uscire anche su altre riviste. Poi ho altre collaborazioni come ho accennato prima, per questo sono un freelance.

È il solo per modo sopravvivere?
Fin da quando ho iniziato era improbabile essere assunto come redattore. Ora ancora di più.

Un consiglio a questi giovani?
Non demordete. Impegnatevi e portate avanti le vostre passioni.