Come sopravvivere senza smartphone. Un manuale per social-dipendenti

Come si utilizzi uno smartphone è ormai chiaro a chiunque negli ultimi anni sia vissuto sul pianeta Terra, foreste e savane escluse. Ma come possano essere, gli uomini, utilizzati dai dispositivi che hanno ordito un nuovo ordine mondiale, è ancora oggetto degli studi più complessi e dei dibattiti più infuocati.
In questo racconto in prima persona – da godere, perchè no, attraverso il display di un cellulare, ma di sicuro prendendosi un quarto d’ora distanti da distrazioni e notifiche – sono pochi i pregiudizi e molto il vissuto offerto da Achille Cignani ai lettori di radioiulm.it.

“Il telefonino e la rete sono il più grande rincoglionimento della storia dell’umanità”. Sono le parole con cui  Aldo Cazzullo, giornalista del Corriere della Sera, riempie la copertina del suo ultimo libro, Metti via quel cellulare.  

Lo smartphone è divenuto parte integrante della nostra vita, oltre che della spicciola quotidianità. L’intera esistenza è legata ad aggeggi demoniaci che fanno delle persone dei meri funzionari. E non lo sta dicendo solo chi scrive per voi. Un pensiero simile – seppur riferito ad altri apparecchi tecnologici, le prime fotocamere – lo teorizzava anche Vilém Flusser negli anni ‘80 con il saggio “Per una filosofia della fotografia”. Così come Umberto Eco, che nell’aprile 2015, scriveva su L’Espresso : “I telefonatori compulsivi bisognerebbe ucciderli da piccoli ma, siccome un Erode non lo si trova tutti i giorni, è bene punirli almeno da grandi, anche se non capiranno mai in che abisso sono caduti, e persevereranno”.

Eppure Eco, tra gli studiosi dei media, non fece che smarcarsi dagli apocalittici quanto dagli integrati per tutta la sua carriera. Si diceva soltanto super partes, o tradotto saggio ed equilibrato, in modo più o meno compiaciuto. Ma non sembra finita qui la schiera dei critici verso la tavoletta interattiva che ha introdotto un nuovo ordine mondiale.

Si schierò, con la stessa forza, anche il filosofo Giorgio Agamben, che nel 2006 usciva in libreria con “Che cos’è un dispositivo?”. Un saggio in cui descriveva come “l’era contemporanea sia caratterizzata da una colossale proliferazione di dispositivi”, attraverso i quali l’individuo si illude di raggiungere una felicità fittizia, inesistente. Ma è solo un illusione, poiché il dispositivo cattura l’individuo, che non ha alcun controllo su di esso. “Nel caso dello smartphone – scriveva la tagliante penna di Agamben –  il soggetto acquista un numero attraverso il quale può essere controllato”.

E forse è proprio arrivata l’ora di porsi un interrogativo: è davvero possibile, oggi, sopravvivere due settimane senza cellulare? Personalmente non avrei saputo rispondere. Poi, semplicemente, l’ho fatto.
Perché la tecnologia è quella che ti dà ogni cosa a portata di mano. Non è come la scienza, che pure ne tiene le fila, ma procede adagio. E con la sua prudente lentezza non ci spaventa affatto. Da quando la tecnologia ha preso a correre al ritmo dei bit, abbiamo necessità di fruire di tutto e subito. Non notate che si è talmente abituati alla rapidità che la minima attesa ci manda fuori di testa?

Prendete con le pinze la digressione che segue, basata su un esperienza, e vissuta in prima persona lo scorso settembre. Sarà uno stralcio di quella che è stata una vicenda insolita, ma propedeutica allo sviluppo di un pensiero critico nei confronti dei padroni di noi stessi: i cellulari. Riempiono le nostre giornate, da tempo. O siamo noi a riempire loro?

-Restare senza cellulare. Come tutto ebbe inizio-

Mi trovavo in viaggio con amici a Bucarest, capitale rumena. Un po’ per svago, un po’ per raccogliere materiale per il nostro canale YouTube.
Durante il soggiorno, si è fatto tutto ciò che un gruppo di ragazzi giovani, vaccinati e acculturati avrebbero potuto fare in città. Se è questo che vi state chiedendo, vi anticipo dicendo sì: siamo passati anche in qualche night club, ma per la verità non c’era nulla che soddisfacesse appieno le nostre aspettative. In compenso abbiamo partecipato al tour del Parlamento Romeno, la seconda struttura governativa al mondo – per ordine di imponenza – dopo il Pentagono americano.
Ma anche visitato musei, passeggiato per la città, mangiato buon cibo ed assistito ad una partita di calcio. D’altronde il cambio Euro-Leu è talmente basso che ci si può davvero permettere di tutto.

Cosa mai sarebbe potuto accadere di tanto disturbante, per rompere questo equilibrio?

L’ultima sera, di ritorno dalla partita dello Steaua Bucharest, decidiamo di passare la serata in casa. O meglio, di rientrare in appartamento per mettere ai voti la possibilità di uscire anche quella sera. Sfortunatamente (e capirete perché, purtroppo) quasi nessuno vuole uscire e, tirate due somme, decido di farmi un’idromassaggio in tutta tranquillità.
Ah, dimenticavo: nel frattempo qualcuno di noi ha già preso delle birre. Il resto vien da sé.

E così, completamente immerso in vasca con tanto di Leffe alla mano, cosa poteva mancare se non il cellulare? Proprio nulla. E ancora: come lasciar perdere una ragazza conosciuta la sera prima e della quale, probabilmente, non saprò più nulla l’indomani? 

“Nessuno voleva uscire. Sfortunatamente… e capirete il perché”

Comunque, cercando di comunicare con lei e, allo stesso tempo, gustarmi la birra, accadde l’ultima delle cose che mi fosse passata per la mente: l’iPhone precipita in acqua. Silenzio. Solo il rumore dell’idro-massaggio.

La reazione da manuale sarebbe quella di cimentarsi subito nel recupero dell’oggetto. Ho detto “da manuale”. Perché io non feci proprio nulla e per i primi secondi – mettici pur la testa fra le nuvole, la sonnolenza provocata dall’acqua bollente – mi misi a pensare.
Poi, a scoppio rallentato, immergo le mani alla ricerca del dispositivo, setacciando – tra schiuma ed acqua – il fondale della vasca che, a causa della troppa schiuma presente, non mi consentiva di vedere nulla. Lo recupero a tastoni. Ma avrei potuto benissimo lasciarlo sul fondo che non avrebbe fatto differenza alcuna. K.O. Nessun segno di vita.
In principio mi venne da ridere. Poi pensai al giorno dopo, al biglietto aereo che si trovava sull’app dello smartphone. Ed al fatto che avrei dovuto prendere da solo il volo per Milano, dato che gli altri erano diretti a Bologna.

Feci mente locale. Alessio mi prestò il suo iPhone per tentare di recuperare per lo meno il biglietto aereo. Credenziali di accesso di Ryanair? E chi se le ricorda… Provo ad accedere alla mail, dato che il biglietto viene sempre inviato anche lì: sbaglio la password, la sbaglio di nuovo. Ancora una volta. C***o. L’ho cambiata da poco ed era salvata su un gruppo segreto di WhatsApp. Panico. Cosa faccio? Riprovo: la indovino. Entro in possesso del file pdf per l’indomani, ma alle 2 di notte non so dove stamparlo. Rimando tutto alla mattina successiva. La tensione sale, la notte si preannuncia insonne.

“Silenzio. Solo il rumore dell’idromassaggio”

La sveglia suona alle nove in punto. Ci alziamo tutti, recuperiamo i bagagli e nel giro di mezz’ora lasciamo gli appartamenti. Dopo quaranta minuti di autobus, con 30 gradi, finalmente solchiamo l’entrata dell’aeroporto. Ci dirigiamo allo sportello di Ryanair adiacente agli “Arrivals”. Ci accodiamo. Sto parlando sempre al plurale, perché, in tutto questo ho avuto il supporto di Alessio, quello che aveva tra le mani, o meglio sul suo smartphone, “il mio ritorno a casa”. Contenuto in quella maledetta schermata elettronica. É il nostro turno. Esponiamo la problematica e l’addetta fatica a comprendere l’inglese. Sembra impossibile, ma alla fine comprende.

Forse, a fare tutto, è la disperazione dipinta sul mio volto. “Stampa ticket?”, ci chiede. Eeeuuureeekkaaaaaaaa. Non penso potesse esserci sensazione più bella di quella provata in quel preciso momento.
Mancano quarantacinque minuti all’imbarco dei ragazzi per Bologna. Pranziamo al volo e li accompagno al Gate 32. Rimango d’accordo di avvisarli tramite Facebook non appena avessi fatto ritorno in appartamento, a Milano. Una bella città, che mi ha stupito sotto diversi punti di vista, uno tra i tanti: la cordialità della gente.
Davvero non me lo sarei mai aspettato, ci facciamo sempre influenzare troppo dai pregiudizi. Un paio d’ore e mi trovo in dirittura d’arrivo. Malpensa Express. Cadorna. Metro fino a Porta Genova. E poi dritto fino a casa. Si ritorna alla normalità, ma con un particolare. Ero senza iPhone.

-Vivere senza uno smartphone: istruzioni per l’uso-

Nei giorni successivi, decido di non tentare né una riparazione di fortuna né tanto meno l’acquisto dell’ultimo modello. Mi limito a farne a meno. Una volta ogni mai è bene disintossicarsi.
Le giornate sono piene di studio ed impegni e non ho nemmeno tempo di metabolizzarne la perdita. Ma ammetto di averla accusata. Sin dai primi giorni le comunicazioni con amici, colleghi di università, famiglia, sono divenute sempre più complicate. E perlopiù rare.

Non era mai successo che rimanessi così tanti giorni senza cellulare. D’altronde, non sapendo ancora se il defunto sarebbe resuscitato, non aveva senso comprarne uno nuovo. Dovevo constatarne l’effettivo decesso.
Ai nostri giorni, siamo talmente abituati (e alle volte costretti) ad usare i cellulari per molte azioni quotidiane, che – tutti lo credono ovvio ma in pochi si soffermano – quando ne veniamo deprivati ci sentiamo come smarriti.  O per lo meno, per ciò che ho vissuto, non posso negare di essermi sentito fuori dal mondo per circa due settimane. Non completamente, perchè tramite il MacBook e quindi Facebook, portale e-mail, eccetera, molte delle attività quotidiane le ho svolte come nulla fosse cambiato. Sono per giunta venuto a conoscenza di alcune funzionalità di Facebook, come la chiamata vocale o la videochiamata, che reputavo di scarsa qualità. Fino a quando non sono stato costretto a pregare il loro aiuto per sbarcare il lunario, come si suol dire.

Molte delle “mansioni” che decorano il tram tram giornaliero, come l’accesso a Facebook, Instagram, Twitter, LinkedIn, ho dovuto razionalizzarle. Si, è vero, il pc è una valida alternativa, però diventa seccante usare il laptop quando innumerevoli funzioni dei social non sono compatibili con la versione “desktop”: la stragrande maggioranza delle App è concepita per tablet e smartphone. E me ne sono accorto, mio malgrado. 

Vi sembrerà forse fin troppo materialista o legato alla modernità quello che sto per dirvi, ma non potete immaginare la quantità di persone che hanno ammesso di non resistere nemmeno un paio di giorni senza smartphone. “Se fossi stato al posto tuo, lo avrei cambiato il giorno stesso”, mi ha confidato un amico. La sorte ha voluto che non fosse il mio caso, anche se c’è da aggiungere un particolare: ho un rapporto piacevole ma non eccessivamente morboso con i miei cari. Elemento che ha reso la faccenda assai più semplice. Non oso immaginare se fosse accaduto a qualche mio amico meridionale che non può stare una mezza giornata senza sentire la madre, la nonna o addirittura la zia. D’altro canto si sa: al sud sono tutti più “mammoni”. Ed un nuovo smartphone, credo, lo avrebbero comprato e consegnato nel giro di dodici ore, via elicottero. 

Ad ogni modo la prima settimana è di buon auspicio, specie per quanto riguarda l’adeguata preparazione agli esami. Incombenti, anche se notifiche e promemoria fanno a meno di ricordarmelo. Ma cambiando prospettiva, i contatti tra familiari e vita sociale iniziano a complicarsi un pochino. Per sentire amici/colleghi di università devo abbandonarmi completamente a Facebook ed alla sua “meravigliosa” chat, mentre invece per collegarmi con familiari e parenti, devo ricorrere alla gentile concessione –  del mio coinquilino Simone – di un cellulare per effettuare le chiamate più urgenti.

Dopotutto, devo confessare che si vive davvero bene senza il “trillare”o “vibrare” del  cellulare ad ogni ora del giorno. E se dico ogni vuol dire ogni. Non importa che sia notte inoltrata o l’ora di pranzo. Capita spesso di avere, tra i tanti gruppi WhatsApp, qualche amico che ha voglia di farsi vivo ad ogni ora, perfino nei momenti più insoliti. E puntualmente c’è sempre qualcun altro pronto a ribattere quando messo in discussione. Io, sotto questo punto di vista, sono ben lontano da questa pratica. Non ho molto tempo da perdere durante la giornata. Ma non sono antipatico, ve lo assicuro. Vien da sé quanto sia singolare che io partecipi attivamente alle discussioni nei gruppi. La mia insolita “apparizione” avviene quasi sempre con motivazioni specifiche, non di certo perché non so cosa fare in quel momento. Potremmo quasi considerarla mirata. 

Senza il principale mezzo di comunicazione del 21esimo secolo, inizio ad organizzare la giornata in modo diverso. Proprio come si faceva un tempo, quando queste apparecchiature non esistevano. Che poi non penso sia appropriato parlare di “un tempo”, quando solo vent’anni fa spuntarono gli allora telefoni-cellulari. 
Anzitutto devo pensare alla sveglia, visto che mi affidavo al timer infallibile dell’iPhone. Che per carità è una “genialata”, ma con  la sola aggravante di quella lama a doppio taglio del tasto “ritarda”, che si, può attenuare il risveglio e renderlo più piacevole e prolungato ma, per converso, non ti fa rendere conto del tempo speso a rimandare ciclicamente la sveglia.

Perciò compro un oggetto dell’altro millennio, una pila AA e magicamente metto in funzione la sveglia impolverata che da mesi giace sul mio comodino.
Ricordo ancora il momento preciso in cui ho deciso di portarla su a Milano: questa potrebbe servirmi, non si sa mai. E infatti. Ma devo dire che più che per questo motivo è perché l’idea di portarmi una sveglia in camera da letto mi dava più sicurezza, in merito all’avere sotto controllo l’orario, anche se di fatto era senza pile, ma il valore morale che mi trasmetteva era davvero alto. Oltre al fatto che ho sempre reputato la sveglia uno degli elementi fondamentali per comporre una funzionale camera da letto.

Chiusa parentesi, inizio a puntare la sveglia per la mattina seguente, sfruttando anche la buona abitudine del coinquilino Michele di essere mattiniero, per consolidare il mio sperimentale metodo di risveglio. Per fortuna. Ma cambiano anche molte delle abitudini solite, come gli appuntamenti con i compagni di università, che iniziano ad essere programmate la sera prima, anziché all’ultimo minuto. Mi trovo costretto a filtrare e scremare ciò che devo dire tramite telefono, siccome ho la possibilità di usufruirne saltuariamente. Non mi è quindi possibile contattare tutti, devo fare una selezione. Come del resto farebbe una persona molto impegnata. Quest’ultima parte è stata utile ad ottimizzare sia tempo che “minuti” a disposizione.
Per una volta, involontariamente, mi sono sentito più adulto di quanto non mi fosse capitato negli ultimi due anni, ovvero da quando vivo da solo a Milano. Non era cambiato nulla, ma era cambiato tutto.

E capisco adesso che un pensiero critico nei confronti della tecnologia è utile per comprenderne i pro e contro.

Quanto avete appena letto prosegue altrove. Magari un giorno sarà pubblicato per intero. Meglio lasciare il beneficio del dubbio. Era solo un’osservazione, su cui creare una base di conoscenze, da dove attingere quando ci si interroga sull’influenza che la rete (e la rivoluzione digitale) hanno avuto sulla società.

Aldo Cazzullo riflette sul potere degli smartphone nell’interessante libro “Metti via quel cellulare”

Doveroso è dunque menzionare l’inviato ed editorialista del Corriere della Sera, Aldo Cazzullo. Con il suo “Metti via quel cellulare” si è interrogato ed ha aperto un dialogo ad armi pari con i suoi due figli: Francesco e Rossana. Entrambi contestano la frase del padre con cui si è aperto questo articolo (“La rivoluzione digitale è il più grande rincoglionimento della storia dell’umanità”) replicando che “il telefonino e la rete sono parte integrante della nostra vita. Essi sono il futuro”.

Orbene, come dare torto ad entrambi?

La rivoluzione digitale, è vero, ha contribuito a rendere semplici molte attività che prima richiedevano esperienza, tempo, astuzia, ma al tempo stesso ci rende sempre meno capaci. Troppe le comodità, troppe le alternative. Così all’utilità si affianca una mescola di rincitrullimento generale, dovuto in particolare alla proliferazione incessante di contenuti di ogni genere. Categorico come siano infiniti i pro e contro. Non basterebbe lo spazio di un libro ad elencarli tutti e a trovarne le relative argomentazioni.

Tuttavia, arrivati fin qui, la sola cosa da fare è adeguarsi e al contempo espandere le proprie radici il più possibile. Quindi non  tranciarle, dimenticando o rinnegando il passato. Anzi, farsene conto e sfruttarlo per vivere meglio il futuro. “Impara l’arte e mettila da parte” ricordano spesso i padri, e in un certo senso è da intendersi anche con il conciliare pratiche “obsolete” e odierne.

Occorre dunque sfruttare gli e-book ed i pdf online, così come mantenere un contatto con la carta. I libri, così come i giornali, non vanno lasciati in disparte. Ora, per i secondi la questione è più complessa – in quanto abbiamo esempi concreti di quotidiani completamente virati al solo digitale, uno su tutti The Guardian – però i libri e l’editoria in generale, stanno tuttavia vivendo un periodo prolifico, dove, a discapito delle piccole librerie, potenti aggregatori (come Amazon) hanno reso i testi più accessibili che mai. Digitalizzarsi il più possibile, ma mantenere le attività mnemoniche sempre in allenamento. Altrimenti si rischia veramente di regredire anziché avanzare. Anzi, lo si sta già facendo.

Si dovrebbe fare lo stesso con la capacità di orientarsi, pratica in sé divenuta rara se non con il supporto di un dispositivo. Invece è indispensabile, in quanto attraverso Google Maps, certo, si sa dove si è, ma non come ci si è arrivati: non se ne ha la benché minima idea. Se ci catapultassero a caso in un punto qualsiasi (non tanto del globo ma della nostra penisola) senza connessione, ci sentiremmo come dei pesci fuor d’acqua. Non siamo in grado di capire nemmeno verso quale segno cardinale siamo girati. Un tempo si usava orientarsi con il sole, che da sempre sorge ad Est e tramonta ad Ovest. Ora non più.

Ascolto ancora con interesse il nonno Luigi, che indica un monte qualsiasi fuori dalla finestra di casa sua, azzeccandolo nonostante la foschia. Ma se c’è una cosa di cui è orgoglioso è sicuramente l’aver fatto parte di quella generazione cresciuta a cavallo tra le due guerre, che col sudore della fronte ha “raddrizzato” l’Italia. Ed anche se la nostra (di generazione) si considera la più sfortunata di sempre, è in realtà quella più ricca di opportunità.

Quella che, miscelando il passato col presente, la cultura e la storia classica con la tecnologia, sta solcando orizzonti che mai la mente umana avrebbe immaginato potessero esistere. Quindi apriamo gli occhi, perché sì “il potere digitale può rendere migliori – ricorda Cazzullo – ma usato con cautela, perché si corre il rischio di creare una generazione di semianalfabeti”. “Disabituati a scrivere e incapaci di leggere testi complessi”, precisa. E’ forse per questo che ho scritto così a lungo?

Inviato da iPhone di Achille Cignani