Grazie a Dio: il nuovo film di Francois Ozon

Capita, a volte, di assistere a un film che abbia come premessa la scritta “ispirato ad una storia vera” o “basato su fatti reali”.

Il che, quasi sempre, non assicura che la storia rispetti in pieno lo svolgersi dei casi da cui prende ispirazione. Un film può portare, giustamente, gli eventi a essere manipolati, cambiati, magari particolarmente romanzati, quindi a distanziarsi dall’origine dei fatti reali.

Ebbene, l’ultimo film del regista francese Francois Ozon è un raro esempio di come si sia preso un fatto, tragico, di cronaca, attenendosi il più possibile alla realtà. Non solo nel racconto degli avvenimenti, ma anche nella raffigurazione dei suoi protagonisti. Vicino, nelle forme, al documentario, rimanendo però allo stesso tempo nell’aura sacra della finzione cinematografica.

Pedofilia a Lione

L’argomento di cui il regista si è occupato è il caso di pedofilia esploso negli ultimi cinque anni nella comunità diocesana della città di Lione. Questo riguarda, da un lato, padre Bernard Preynat, il principale autore di abusi accaduti tra gli anni ’80 e ’90. Di cui le vittime, allora solo dei ragazzini, hanno, da adulti, lottato affinchè fossero presi dei provvedimenti. Dall’altra poi, il cardinale Philippe Barbarin, che negli anni si è reso colpevole di omessa denuncia dei fatti di cui era a conoscenza.

Dopo vent’anni di carriera, Ozon decide di mettere la propria arte al servizio di una storia forte, trascinante e allo stesso tempo dolorosa. Ma soprattutto, come anticipato, una storia reale. Poichè i principali protagonisti sono entrati in contatto con il regista, permettendogli di interagire con la vicenda, ma anche con la loro vita privata.

Tra i tanti che sono stati vittime, in modi diversi, di Preynat, Ozon decide di focalizzarsi su coloro che della manovra di protesta sono stati tre assoluti protagonisti. Dividendo il film, per dedicare una parte ad ognuno, nei tre atti standard. Il primo è colui che ha dato inizio all’inchiesta nel 2014, Alexandre Guérin, interpretato da Melvil Poupaud. Inizialmente, da cattolico credente, preferì rivolgersi esclusivamente alla chiesa dopo aver saputo del ritorno di padre Preynat al lavoro con i bambini, tra messe e catechismo. Cosa che, dopo gli shock subiti da ragazzino, non poteva tollerare.

La Chiesa però, rimandando continuamente qualunque provvedimento suggeritole, si dimostrò alquanto restìa a prendere delle decisioni nei confronti di Preynat. Tanto che Alexandre, nello stesso anno, decise di non rivolgersi più esclusivamente alla Chiesa, ma di portare il caso alla giustizia civile. Da qui in poi, il contatto con molte altre vittime, tra cui gli altri due protagonisti: Francois Debord (interpretato da Denis Menochet) e Emmanuel Thomassin (con nei suoi panni Swann Arlaud).

Il contatto con le vittime

Con loro, Francois Ozon mostra non solo le tre differenti vite, tra chi è riuscito ad andare avanti, a trovare un lavoro ed avere una famiglia, e chi no. Mostra anche i diversi modi in cui i tre hanno affrontato gli abusi. Fin da piccoli, con dei flashback che ci riportano alle condizioni difficili in cui i protagonisti si sono trovati. Nella paura costante, che li ha accompagnati per anni della loro vita, di dire ciò che avevano subìto senza sapere quale sarebbe stata la reazione di chi gli stava accanto.

Sarà l’incontro dei tre, con in più altri testimoni, a dar vita poi alla vera e propria associazione creata per chiunque volesse testimoniare per abusi subìti, chiamata La Parole Libérée. “Parola liberata” di cui, come lo stesso Ozon ha ammesso, il film mostra anche – o soprattutto – i risultati. Il come l’aver parlato ha smosso un’intera comunità. Come il film del 2015, di Tom McCarthy, Il caso Spotlight, con poche quanto rilevanti differenze. Se quel film mostrava, dal punto dei vista dei giornalisti, l’inchiesta sulla diocesi di Boston, il film di Ozon piuttosto si concentra innanzitutto sul punto di vista delle vittime. Testimoniando l’importanza di un mezzo come il cinema ad indagare, e non solo a mostrare.

Infatti, subito dopo l’uscita del film in Francia, il caso è stato riaperto e da allora molto è cambiato (e sta cambiando tutt’oggi), nei confronti di Preynat, Barbarin e non solo. A testimonianza di come, sì, il cinema magari non può cambiare il mondo, ma di certo può toccare il cuore delle persone, risvegliare la loro vita, cambiare il modo in cui si vedono le cose.

E, in questo caso, smuovere le coscienze di chi aveva lasciato ingiustamente archiviato un caso irrisolto.

Premiato allo scorso Festival di Berlino, adesso al cinema.