Chet Baker, tra santità e dannazione

Seduto in maniera rilassata, seppur pericolante, sul davanzale di una finestra. In mano la sua Martin Committee e una sconfinata, a lui ben nota, Piazza Duomo sullo sfondo.
Uno scatto che dice tanto sul suo protagonista: Chet Baker.

Bello e dannato, un’espressione tanto attuale quanto adatta a un sex symbol degli anni ‘50.
Dai tratti marcati, un volto scarno e scavato con due occhietti blu, di una dolcezza e ingenuità inestimabili, a dominare su tutto.
Dannato, indubbiamente dannato. Una vita all’insegna della sregolatezza, di numerosi ostacoli nei quali Chet Baker, imperterrito, inciampa, nonostante le promesse fatte a sé e agli altri.

Uno scambio molto fortunato

A Baker, ironia della sorte, era stato destinato un trombone.
Il padre, chitarrista jazz, pochi anni dopo la sua nascita decide, infatti, di introdurlo al mondo musicale regalandogli un trombone. Rivelatosi troppo pesante e ingombrante per il ragazzo, viene in breve tempo sostituito da una tromba.

Sarà proprio la tromba a guidare Chet Baker nelle sue svariate avventure.
A partire dall’esercito, dove gli verrà assegnato il compito di suonare per il suo reggimento, fino al ritorno a San Francisco, dove avrà l’occasione di suonare con colonne portanti del jazz come Gerry Mulligan e Charlie Parker.
Baker sarà inoltre in grado di raggiungere l’apice con la nomina, nel ‘55, di miglior tromba jazz al mondo.

Fin che la barca va, Chet la lascia andare

Il successo, così grande, incombente e opprimente, ottenuto sin dagli inizi, lo condurrà ad entrare, attorno ai suoi 30 anni, in quel circolo vizioso da cui non riuscirà mai più ad uscire: la dipendenza da eroina.
Numerose sono le conseguenze, tra cui si ricorda la perdita di tutta l’arcata dentale superiore e le molte leggende metropolitane a questa legate.

L’odissea di Baker, in seguito ad una perdita che gli impediva di esercitare la propria passione e professione, inizia dunque con l’esaurimento di tutti i suoi guadagni e la necessaria assunzione presso una stazione di servizio dalla quale verrà ripescato da un’altra tromba di fama mondiale, Dizzy Gillespie.
È proprio lui a fornirgli i fondi per l’operazione di ricostruzione dentale e a ri-istruirlo sul suo, anzi, sul loro strumento. Era, infatti, necessario riprendere l’apprendimento dal principio poiché una nuova struttura orale imponeva un nuovo modo di suonare.

Il periodo in Italia

Dopo la ripresa, Chet Baker passa la maggior parte del tempo in Italia, luogo che amerà e che lo amerà molto.
Qui intreccerà numerose collaborazioni musicali con maestri quali Ezio Leoni, Piero Umiliani e con l’intangibile Ennio Morricone.
Proprio con lui comporrà uno dei suoi capolavori, Chetty’s Lullaby:

Cantata in un italiano un po’ annaspante ma sufficientemente buono da farsi comprendere, Chetty’s Lullaby rappresenta la massima espressione di quel Cool jazz di cui Baker si farà fiero portavoce negli anni.
L’intimità e la sensibilità che riesce a esprimere con quella sua delicata, e poco mascolina, voce bianca lo condurranno a essere criticato, additato, accusato di promiscuità e di poca virilità. Ma lo condurranno anche a rivoluzionare l’idea di “uomo” della propria epoca, introducendo l’idea che anche il maschione forte, eroico e orgoglioso possa avere dei sentimenti e abbia addirittura la facoltà di esprimerli senza perdere di valore.

Chet Baker in bilico continuo tra luce e ombra.
Un bilico che ha suscitato nel pubblico numerosi dubbi, tanto che in molti hanno sentito la necessità di erigersi a giudici per determinare se la sua figura fosse più positiva o negativa.
A noi piace ricordarlo così, con una frase con la quale ha concluso una celebre intervista del 1980, in italiano (riportata con i dovuti errori grammaticali):

“Solo suonare la tromba e cantare, questo è la mia vita fino a che non può respirare più”