Modest Heroes: la magia Ponoc invade Netflix

L’acqua trasparente scorre in un brillante fiume così realisticamente, che subito ci fa immergere nel mondo di due piccoli gnomi, Kanini & Kanino.

Cortometraggio compreso nella raccolta Modest Heroes… Eppure, c’è qualcosa di strano, vero? Ma certo!

Le loro sembianze, il modo in cui si muovono e sono vestiti ci ricordano Arrietty (2011) e la sua piccola famiglia di gnomi! Ma non scandalizziamoci, perché parliamo dello stesso regista, il maestro Hiromasa Yonebayashi.

Vi ricordo, però, che non siamo nel mondo di Arrietty ghibliano, ma in quello dello Studio Ponoc.

Kanini & Kanino: una natura colma d’acqua e silenzi

Quando si dice: “non servono parole”. È letteralmente il caso di questo cortometraggio. Strabiliante come in meno di venti minuti, questo corto racchiuda tematiche forti come l’importanza vitale della famiglia, dalla quale però ad un certo punto bisogna allontanarsi per poter crescere ed autodeterminarsi.

Il rispetto e l’accettazione di quello che è il ciclo della natura, di cui tutti noi facciamo parte e che probabilmente, anche se a volte difficile da comprendere, ci permette di sopravvivere.

L’attenzione per il silenzio, uno degli elementi che più mi ha positivamente sorpresa. I personaggi per noi non dicono nulla di sensato per tutto il tempo, e la cosa non ci interessa. Anzi, neanche ci facciamo davvero caso. Le immagini parlano al loro posto.

È animazione in toto, senza nulla che possa distrarre dalla totale immersione nelle acque e nei timori dei giovani protagonisti.

Kanini e Kanino

Vi ricordo che questo tris di corti è il secondo lavoro del neonato Studio Ponoc. Yonebayashi e il suo nuovo team infatti, hanno esordito nel 2017 con Mary e il fiore della strega (2017), duramente criticato per la troppa somiglianza col capolavoro miyazakiano, Kiki consegne a domicilio (1989).

In effetti, anche nel finale della storia di Kanini e Kanino io ci rivedo un po’ il finale di Arrietty, che costretta a lasciare la casa in cui ha vissuto e il suo nuovo amico umano, si lascia trasportare dall’acqua verso un complesso ma intrigante viaggio, alla ricerca di una nuova vita e di una nuova casa.

Forse è proprio quello che faranno anche Kanino e Kanini, dopo la mirabolante avventura raccontata nel cortometraggio. Nonostante le somiglianze che io giudico del tutto naturali, dopo aver lavorato per decenni nel Ghibli, sono convinta che anche lo Studio Ponoc sarà in grado di costruirsi sia una sua anima sia un suo stile, che già con Modest Heroes iniziano a mostrarsi.

Life ain’t gonna lose: l’eroismo nel quotidiano

Una carrellata a 360° ci fa attraversare una stanza d’ospedale dove diversi bambini mangiano pancake che “potrebbero farli stare male”. Life ain’t gonna lose è la quotidianità. Il saper affrontare un problema apparentemente banale come un’allergia, viene mostrato in quel che è davvero in tutto e per tutto.

Come un disagio (scena del bar), oppure come un’esclusione, seppur involontaria (la questione della gita). Shun comprende le conseguenze che la sua malattia comporta dal punto di vista fisico e sociale. L’uso strategico delle soggettive del protagonista ci fa avvicinare sempre di più a quello che effettivamente è il punto di vista di un semplice bambino come tutti gli altri.

La regia è del maestro Yoshiaki Momose anche lui proveniente dal Ghibli. Infatti, fin da subito notiamo una differenza nello stile di animazione rispetto al corto di Yonebayashi.

Shu e la sua mamma ballerina

Un semplice bambino che incantato dalla mamma che danza, non controlla il suo corpo e sta per mangiare un biscotto con uova. Il realismo di questa storia è tutto nella casualità e nella semplicità in cui le azioni vengono rappresentate.

Fino ad arrivare alla strepitosa scena in cui Shun davvero comprende la fatalità che anche una sciocca svista può comportare: mentre scende le scale l’allergia inizia a mostrare i suoi sintomi. Noi spettatori non lo capiamo solo a causa degli sfoghi rossi sul corpo, ma attraverso l’incredibile trasformazione del disegno che crea un’atmosfera di caos, ansia fino alla umana paura della morte.

Perfetto esempio di come l’animazione sia arte in grado di mostrare quel quid che la realtà non riesce del tutto a percepire.

Invisible: guardare oltre l’invisibile

Lei..può?” “Si. Io riesco sempre a guardare oltre.” Questo l’unico vero dialogo presente nell’ultimo dei tre corti, diretto da Akihiko Yamashita. Il nostro protagonista è un non protagonista.

Perché questa definizione, penserete? Beh, sorge spontanea quando colui che dovrebbe essere il personaggio principale non ha un vero aspetto fisico. Nessuno si accorge davvero della sua presenza, né a lavoro né al supermercato.

Chissà perché gli unici due personaggi che possono sentire la sua presenza sono un non vedente e il suo cane. La scena del dialogo ha un che di sofoclea memoria. Mi riferisco all’indovino Tiresia il quale, nell’Edipo re, sostiene che proprio grazie all’impossibilità della vista comune, si è in costante ricerca di un oltre.

L’uomo invisibile, il cane e il non vedente.

La verità è che quell’uomo invisibile, può essere chiunque di noi. Lo stesso produttore e cofondatore dello Studio Ponoc, Yoshiaki Nishimura ce lo conferma: “Ricordi la faccia di chi ti ha servito il caffè?” (Documentario Gli eroi modesti di Studio Ponoc, 2018presente anch’esso su Netflix).

Ciò che lo fa volare via non è il vento, ma la paura. La paura della morte, ma più di quella, la paura della vita. Il timore di provare a vivere. Quale evento infatti farà comprendere all’uomo invisibile questa verità? La vita.

La vita di quel neonato che lui salverà senza alcuna esitazione, senza il doversi aggrappare ad alcun oggetto pesante. Ed improvvisamente il cielo si colora. Improvvisamente sotto quel casco iniziano ad intravedersi dei capelli svolazzare. Siamo tornati in noi. Sentiamo il peso della vita, proprio come l’uomo invisibile.

Il logo dello Studio Ponoc tratto dal primo lungometraggio Mary e il fiore della strega

Fin dal titolo che racchiude le tre storie, si intuisce che in ognuna di esse vi sia un che di eroico. Che possa essere un piccolo gnomo che riesce a salvare suo padre, anche un po’ grazie alla natura. Che sia un bimbo allergico, che si fa forza e combatte con la sua malattia come un “uovo-guerriero” (come notiamo nel finale). O ancora un uomo che per salvare se stesso sente il bisogno di salvare qualcun altro.

Eppure queste storie ci hanno insegnato qualcosa di più grande. Forse ci hanno raccontato qualcosa che può far parte della nostra vita, di ogni giorno. Forse ci hanno raccontato la realtà. Ci hanno insegnato che la realtà può essere raccontata attraverso la finzione. E che forse, grazie alla fantasia ed alla finzione, possiamo comprenderla meglio.

Ma per ora ci siamo solo noi, ad aumentare il potenziale dei bambini espandendo le possibilità dell’animazione” (Nishimura in Gli eroi modesti di Studio Ponoc, 2018).

Ed ecco che io personalmente inizio a sentire una forte anima che inizia a colorare lo Studio Ponoc, e voi?

See you space cowboy…