“Generazioni” (1 di 2). Scopri il racconto di Chiara Piani nell’antologia “Pelle”

L’edizione 2018 del contest Giovani Scrittori IULM ha dato alla luce Pelle, l’ennesima antologia di racconti nata in Ateneo per finire sugli scaffali delle librerie (clicca QUI per saperne di più).  

Ed ha, il progetto curato dal prof. Paolo Giovannetti, visto partecipi decine di studenti, che hanno messo a frutto la propria creatività nella stesura delle loro storie.
Racconti d’amore, di fantascienza o semplicemente di fantasia: il risultato è una silloge che accontenta praticamente tutti, a partire da chi ha fatto da regista nella sua impaginazione (QUI la nostra intervista ad uno dei curatori).
Per questo Radio IULM – voce degli studenti, prima che radio delle arti – ha pensato di proporre alcuni dei racconti contenuti in Pelle, con una serie di pubblicazioni sul sito che vi accompagnerà per qualche settimana ogni lunedì, mercoledì e venerdì, fino a luglio inoltrato.

Quello che condividiamo adesso con i lettori di Radio IULM è il racconto di Chiara Piani. Si intitola Generazioni e qui sotto in esclusiva trovate la prima parte. Buona lettura!

 

GENERAZIONI (1 di 2)

Siamo una ventina. Arrivo per ultima e prendo il numero, mi siedo. Mi guardo attorno alla ricerca di qualche viso rassicurante; sono in molti a essere di fretta, chiedono di passare avanti dopo aver selezionato visi più rilassati. Individuo tra questi un ragazzo sulla trentina che ha appena ceduto il posto a una donna elegante in tailleur e tacchi alti.

– Scusa, è la prima volta che vengo e sono un po’ agitata. Fa male? – provo ad avvicinarlo.

– No, no, tranquilla, ti fanno l’anestesia prima. Poi ti fanno aspettare cinque minuti e iniziano. Non te ne prendono tanta, gliene basta un po’. Di solito la prima volta partono dalla pancia. Ti mettono un cerotto apposta che ti fa guarire subito, un paio di settimane e sei come nuova.

– E per i soldi?

– Quando hai finito torni qui. Vedi quello sportello? Vai lì, fai vedere il cerotto e ti danno il voucher.

– Ok, grazie. È da tanto che lo fai?

– No, qualche mese. Mi hanno da poco licenziato. Continuo a lasciare il mio curriculum dove posso, ma intanto vengo qua così racimolo qualcosa. Vivo ancora con i miei, me la cavo così per ora. Tu che fai invece, studi?

– Sì, studio psicologia e a volte do ripetizioni. Ma qualche soldo in più non va mai male.

– Io mi sono laureato in lettere e mentre studiavo facevo il cameriere. Se tornassi indietro non lo rifarei di certo, verrei subito qui, meno lavoro e più soldi. Anche se ho paura che continuando così vedrò solo voucher fino a cinquant’anni. Cinquanta se mi va bene…

Poco dopo, il mio turno. Sono un po’ agitata, ma tutto va come mi ha detto il ragazzo: un’ora e sono già fuori. Per fortuna è inverno, nessuno noterà niente. Il cerotto è piuttosto visibile, di un verde marcio davvero orrendo e grande quanto una mela. Ma due settimane e sono guarita, la pelle già rimarginata. Il mese seguente sono di nuovo lì, faccio più soldi così che in una settimana di ripetizioni. Cerco subito il mio nuovo amico per scambiare qualche parola prima di entrare; lo vedo e mi avvicino, gli dico che la volta prima è andato tutto bene.

– Questi vecchi non vogliono proprio rassegnarsi: al giorno d’oggi la vecchiaia sembra una malattia, bisogna curarsi e sembrare per forza giovani. E questo è per colpa della gente della TV, di quei vecchi che hanno soldi da buttare così. Le persone normali, i miei nonni ad esempio, non lo fanno, – esordisce.

– Beh sì, non ce li vedo nemmeno io i miei nonni in un posto come questo. Chissà quando saremo vecchi noi cosa si farà per cercare di sembrare più giovani… si finirà con il rubarela pelle ai bambini!

– Tutto è lecito per togliersi qualche anno, – ridacchia qualcuno alle mie spalle.

Mi volto, a parlare è un signore sui sessant’anni. È la prima volta che incontro un paziente che sta dall’altra parte, in attesa della nostra donazione: non passano mai di qua, hanno un’altra entrata. Mi soffermo sulle mani nodose; sul collo, un cerotto giallo.

– Vedi, ai vecchi che fanno il trattamento mettono il cerotto giallo, non so se sia meglio quello o il nostro verde, – sbuffa il mio amico non appena il vecchio se ne va.

– Non saprei… – rido.

Ogni mese l’appuntamento, lo considero un lavoro ormai. Oggi devo partire piuttosto presto perché mia madre non può prestarmi l’auto e devo prendere il tram, cosa che non faccio dai tempi del liceo. La fermata è un po’ lontana. È ancora presto e fa freddo; arrivo alla struttura e le mani sono rosse, non le sento più. Guardo le grosse vene verdi che sembrano voler schizzare fuori dalla pelle. Assorta nei miei pensieri non mi accorgo che qualcuno mi è passato avanti. Mi ritrovo in fondo alla fila e finisco che ormai è già ora di pranzo. Ho sofferto un po’ più delle altre volte, ma la mia soglia del dolore è molto bassa; probabilmente mi sono impressionata perché ho visto il bisturi, di solito tengo gli occhi chiusi. Esco dall’edificio e torno a prendere il tram, spero di far veloce perché ho fame. Trovo un posto vuoto e mi siedo, ascolto musica. Sale un signore piuttosto anziano, ottant’anni circa; non vorrei alzarmi ma nessun altro sembra avere intenzione di farlo.

– Vuole sedersi? – gentilmente chiedo.

– Non sono mica così vecchio! – mi risponde stizzito.

Arrivo a casa e pranzo, mi distendo sul divano a guardare la TV. Chiamo il ragazzo a cui do ripetizioni per dirgli che ho avuto un contrattempo e non potrò andare da lui. Potrei anche smettere definitivamente, penso, già guadagno abbastanza. Il telefono squilla e devo per forza andare io perché sono a casa da sola; sarei tentata di non farlo, ma mi alzo. È la nonna: vuole invitarci domenica a pranzo.  La domenica mi piace dormire fino a tardi e imposto la sveglia alle undici. Appena suona e la spengo, mi riaddormento; mi sveglio un’ora dopo e corro a prepararmi. I miei nonni abitano di fronte alla clinica, la strada che faccio è la stessa. Suoniamo ma la nonna non si vede, il cane abbaia. Mi giro, la clinica. La costruzione era in precedenza adibita ad ambulatori dell’ospedale; ristrutturata, è stata convertita in semplice clinica estetica.

All’inizio non molto frequentata, è diventata ora la più famosa della città grazie all’unicità dei suoi trattamenti ringiovanenti. All’entrata centrale vedo un grande cartellone pubblicitario. Mostra varie parti di un corpo vecchio prima e dopo il trattamento. “Tra qualche mese anche le mani”, recita. Rimango più colpita dallo slogan che dalle immagini: la mia realtà è filtro di Photoshop. Secondo mia madre è impossibile riuscire a ringiovanire anche quelle. È grazie ad esse che ancora riesco a capire le persone. Le conosco così. Quando 

mi presento, cerco di mantenere a lungo il contatto per sentirne pelle, calli, grinze, ossa; sono le uniche che resistono e non mentono. Siamo ancora sulla porta perché nessuno viene ad aprirci e così risuoniamo. Adesso arriva qualcuno. Penso che i miei nonni non sentano più molto bene. Li trovo vecchi, io ho vent’anni; la nonna ne compirà presto settanta, il nonno settantatré. Entrati in casa, il cane comincia a farmi le feste. Mi siedo sul divano e mi salta addosso per leccarmi la faccia, ma inizia ad annusarmi il braccio.

– Forse sente l’odore del gatto… – dice mia madre.

In realtà mi accorgo che si è fissato su una particolare sezione del braccio, dove ho il cerotto del giorno prima. Non me ne preoccupo, ho il maglione, ma mi alzo subito. Non mi sono mai guardata la ferita dopo la seduta, mi mettono subito il cerotto e dopo un paio di settimane lo tolgo; non rimane nessuna traccia. Probabilmente il cane avrà fiutato l’odore del sangue, come quando la nonna si graffia con le spine del rosaio e le lecca la ferita. A tavola, mio padre mi versa un calice di vino rosso.

– Fa buon sangue, – mi dice – e con il manzo si sposa molto bene.

La nonna arriva in tavola con un piatto enorme di tagliata e una pirofila di patate al forno. La stagione invernale sta per finire e mio padre e il nonno parlano già di escursioni estive. Entrambi amano la montagna.

– Secondo me c’è un sentiero più breve ancora, – discutono.

– Sì, ma ci sono dei tratti pericolosi. Non me la sento ancora, ho bisogno di allenarmi, – risponde mio padre.

Il nonno ama la montagna e l’ha imposta a mio padre fin da piccolo. Ora che il corpo non gli concede più quella forza che gli ha permesso di conoscerla così a fondo, ama raccontarci le sue avventure. Il suo trasporto ci rapisce e ci porta dalla valle alla vetta, in arrampicate e passeggiate. Ci riscaldiamo con la sua passione per i prati verdi e per la neve, per le fragoline di bosco e per i funghi. È la montagna che mi ha forgiato, ripete sempre: le sue regole non scritte ma eterne, la sua bellezza insidiosa. Il sole, a lui così vicino nelle scalate, è stigma sul suo viso. Ma nelle sue parole non sento amarezza; è contento di poterci raccontare le sue esperienze, le rughe e le macchie sulla sua pelle sono la nostra guida ai suoi racconti.

Orgogliosa di questa sua vecchiaia, me ne torno a casa e dimentico il cerotto, la clinica, il cartellone. Accendo la TV, ma vedo solo persone con visi e corpi completamente diversi da quelli dei miei nonni, pur condividendone l’età; non posso non considerarli raccapriccianti e pacchiani: non assomigliano a me con i miei vent’anni, ai miei genitori o ai miei nonni. Forse la loro pelle è stata la mia; di certo, neanche ricoprendosene interamente riavranno i miei vent’anni che, angustiati, rincorrono.

(continua)

Parte 2 di 2 – Disponibile QUI

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