“Il ragazzo della porta accanto” (3 di 3). Scopri l’ultima parte del racconto di Daniel Cristian Tega

L’edizione 2018 del contest Giovani Scrittori IULM ha dato alla luce Pelle, l’ennesima antologia di racconti nata in Ateneo per finire sugli scaffali delle librerie (clicca QUI per saperne di più).  

Ed ha, il progetto curato dal prof. Paolo Giovannetti, visto partecipi decine di studenti, che hanno messo a frutto la propria creatività nella stesura delle loro storie.
Racconti d’amore, di fantascienza o semplicemente di fantasia: il risultato è una silloge che accontenta praticamente tutti, a partire da chi ha fatto da regista nella sua impaginazione (QUI la nostra intervista ad uno dei curatori).
Per questo Radio IULM – voce degli studenti, prima che radio delle arti – ha pensato di proporre alcuni dei racconti contenuti in Pelle, con una serie di pubblicazioni sul sito che vi accompagnerà per qualche settimana ogni lunedì, mercoledì e venerdì, fino a luglio inoltrato.

Quello che condividiamo adesso con i lettori di Radio IULM è il racconto di Daniel Cristian Tega. Si intitola Il ragazzo della porta accanto e qui sotto in esclusiva trovate l’ultima parte. Buona lettura!

IL RAGAZZO DELLAPORTA ACCANTO (3 di 3)

Si era ovviamente accorto della pausa che avevo fatto e all’inizio forse mi aveva anche preso per un fan, ma poi aveva corrugato la fronte e a quel punto, in quel momento, avevo capito che stava viaggiando indietro nel tempo fino alla nostra strada bagnata.

«Tu sei…?» mi chiese.

«E tu sei…» gli feci eco. «Beh, tutti sanno chi sei…»

Sei davvero tu.

Non mi lasciò terminare la frase che si sedette vicino a me e mi abbracciò con forza.

Quante cose vorrei chiederti.

Era ancora più alto di quanto mi ricordassi.

«Che ci fai qui?»

Sono venuto solo perché speravo di vederti.

«Ci lavoro» gli risposi.

«Ma dai!» commentò ancora felice e incredulo.

«Ti ricordavo più basso, sei diventato un gigante.»

«Ho avuto questa crescita tutta di colpo, ma tranquillo che i 2 metri sono ancora un pochino lontani.»

«Beh, di poco! Ora di sicuro hai parecchio spazio per i tatuaggi!»

«Quello non è mai abbastanza!» rispose mettendosi a ridere.

Ti mordi ancora

 il pollice quando sei nervoso?

«Come vanno le cose a casa?» continuò dopo una pausa.

«Bene, dai. Ora vivo qui a Milano con due ragazzi, fratello e sorella. Sono simpatici.»

«Bene!»

Con chi hai passato le tue notti insonni dopo che te ne sei andato? Io, te lo giuro, con nessun altro.

«E da te invece?»

«I miei ormai si parlano solo per gli alimenti. Io per fortuna non sono quasi mai a casa, per cui non ci sto più così male come prima. Sto cercando di farmi la mia vita.»

«Anche io. Credo sia l’unica cosa che possiamo fare.»

«Già…»

Peccato non esserci dati una mano anche in quello.

«Sei fidanzato?»

«No, tu?»

«Nemmeno io.»

Hai mai guardato fuori dalla finestra, di notte, con la speranza di vedermi?

«E il paese è rimasto sempre lo stesso?»

«Se possibile, è peggiorato!»

Altra pausa.

«Tu non hai fame?» mi chiese massaggiandosi lo stomaco.

Non proprio.

«Mi hai tolto le parole di bocca!» risposi alzandomi. «Se vuoi posso portarti dove lavorano i miei amici, è un posto dove fanno cucina americana, la proprietaria è una pazza, ti piacerà.»

«E dov’è?»

«Sui Navigli. Facciamo una fermata di metro e poi un pezzettino a piedi.»

«Va bene, si può fare!»mi rispose con l’entusiasmo dei tredici anni.

Così cominciammo a dirigerci verso la stazione della metro e nel frattempo, nel silenzio interrotto solo dal rumore dei nostri passi, pensavo a quanto gli anni che erano passati avessero creato un muro tra di noi. Lui era sempre lui e io ero sempre io, ma in un certo senso non eravamo più gli stessi ragazzi di una volta, quelli che passavano le nottate a guardare le stelle. Era molto probabile che mi avesse relegato in un angolo della sua memoria e non ci pensasse più or

mai.

«Senti, io vorrei davvero andare a prendere qualcosa, ma se non torno subito poi Brandon e il nostro manager si agitano…»

«Sì, scusa! Ti ho proposto di andare lì, ma non ho pensato che non puoi muoverti così liberamente ora.»

«Possiamo andarci un’altra volta però!»

Ci hai mai ripensato?

Ci voltammo e tornammo verso l’auditorium.

«Comunque mi ha fatto davvero piacere vederti stasera» gli dissi in tono di commiato, le mani nelle tasche dei pantaloni.

Sul serio, hai mai ripensato a noi?

«Anche a me! Spero di non dover aspettare altri quindici anni per rivederti. Posso…?» mi chiese chinandosi in avanti per un abbraccio.

Io gli arrivavo al massimo alle spalle.

Hai mai ripensato alla nostra estate?

«Tu non torni dentro?»

«No, sono un po’ stanco» gli risposi. «Credo andrò a casa.»

Va bene così.

«Ok… È stato bello rivederti.»

«Anche per me.»

Mi staccai dall’abbraccio e stavo per avviarmi verso la metro quando mi chiamò di nuovo.

«Aspetta! Devo farti vedere una cosa!» disse con il suo solito tono entusiasta.

Daniel si slacciò la cintura, poi armeggiò con i bottoni dei jeans e si abbassò un attimo le mutande bianche su un fianco. Davanti ai miei occhi vidi un tatuaggio che non sapevo avesse addosso.

Cazzo!

C’erano siti e siti che parlavano ed elencavano tutti quelli che si era fatto, ma quello mancava. Era segreto, personale. Erano due profili di ragazzi opposti, uno a fianco all’altro, incorniciati dalla luna. Eravamo noi.

«È uno dei primi che ho fatto.»

Non aggiunse altro, e non ce n’era bisogno.

Mi portai una mano alla bocca non riuscendo a trattenere il mio misto di stupore, imbarazzo e felicità: avevo appena ricevuto la grande rivelazione, la risposta a tutte le paranoie che mi ero fatto negli anni era ora proprio davanti ai miei occhi, nero su bianco, inchiostro su pelle. Subito dopo Daniel si rivestì, mi salutò di nuovo e corse dentro l’auditorium, non prima di avermi sorriso un’ultima volta mentre la porta dell’edificio si chiudeva e la mia espressione da stupido non accennava ad attenuarsi. Non tornai subito a casa quella sera, me la presi con calma.

Avrei voluto fargli un sacco di domande, avrei voluto sapere tutto di lui e degli anni che erano passati, ma non eravamo mai stati di molte parole. La nostra amicizia si era sempre basata più sui silenzi che sui grandi discorsi. Non ho mai pensato che sarei riuscito a rivederlo dopo che se ne andò dalla mia strada con sua madre quella triste mattina di settembre; l’ho sempre sperato, ma non ci ho mai creduto. E poi, una sera per puro caso ci siamo ritrovati e anche senza il segreto che condividevamo anni fa il nostro legame è ripartito da dove lo avevamo interrotto. Non so se, quando o come ci incontreremo di nuovo, ma ora so che nessuno dei due ha dimenticato le notti insonni passate insieme a ridere, piangere e parlare di niente come due fratelli, non di sangue, ma di vita.

 

(fine)

Parte 1 di 3 – Leggila QUI
Parte 2 di 3– Leggila QUI

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