“Il ragazzo della porta accanto” (2 di 3). Scopri il racconto di Daniel Cristian Tega nell’antologia “Pelle”

L’edizione 2018 del contest Giovani Scrittori IULM ha dato alla luce Pelle, l’ennesima antologia di racconti nata in Ateneo per finire sugli scaffali delle librerie (clicca QUI per saperne di più).  

Ed ha, il progetto curato dal prof. Paolo Giovannetti, visto partecipi decine di studenti, che hanno messo a frutto la propria creatività nella stesura delle loro storie.
Racconti d’amore, di fantascienza o semplicemente di fantasia: il risultato è una silloge che accontenta praticamente tutti, a partire da chi ha fatto da regista nella sua impaginazione (QUI la nostra intervista ad uno dei curatori).

Per questo Radio IULM – voce degli studenti, prima che radio delle arti – ha pensato di proporre alcuni dei racconti contenuti in Pelle, con una serie di pubblicazioni sul sito che vi accompagnerà per qualche settimana ogni lunedì, mercoledì e venerdì, fino a luglio inoltrato.

La storia che condividiamo oggi con i lettori di Radio IULM, firmata da Daniel Cristian Tega, è il secondo episodio di
Il ragazzo della porta accanto, che trovate qui sotto in esclusiva. (QUI il primo episodio)

Buona lettura!

IL RAGAZZO DELLA PORTA ACCANTO (2 di 3)

Se fossimo stati in un bel romanzo di formazione, entrambi i nostri genitori avrebbero divorziato, mio padre sarebbe andato a vivere in qualche attico milanese con la madre di Daniel mentre noi quattro avremmo fondato il team dei perdenti e avremmo trovato un po’ di pace sotto lo stesso tetto. Io e Daniel saremmo diventati fratellastri e tutti e sei avremmo vissuto per sempre felici e contenti. Ma così non accadde.

Per tutta la fine di quell’estate io e Daniel ci vedemmo ogni giorno. Facevamo lunghe passeggiate nei campi, giocavamo a pallone, parlavamo di tutto. La notte rimaneva il nostro momento speciale, dove se uno aveva bisogno l’altro c’era. E devo ammettere che ogni volta, anche quando i miei erano tranquilli, controllavo fuori dalla finestra la presenza di un qualche segnale di aiuto proveniente da camera sua prima di andare a dormire. Fu così che ci ritrovammo in mezzo a quella strada molto più spesso del necessario.

Poi, all’inizio di settembre, il colpo di scena. Fui svegliato nel cuore della notte dal rumore di sassolini lanciati contro la mia finestra: era Daniel. Mi sembrava strano avesse bisogno, visto che entrambe le nostre case erano avvolte dal buio e dal silenzio. Lui si limitò a farmi cenno di raggiungerlo, c’era qualcosa che non andava. Uscii di casa senza fare rumore e lo raggiunsi di corsa.

«Che succede?» gli chiesi un po’ preoccupato e ancora mezzo addormentato.
«Domani me ne vado» mi rispose con gli occhi lucidi. Daniel mi saltò al collo e lasciò scorrere quelle lacrime che aveva trattenuto per tutta la notte.

«Ma come…? Dove?» mi svegliai di colpo.
«Per… per un po’ da mia no… nonna, a Milano, poi non… non so. Con mia ma… madre…» mi spiegò singhiozzando. «Ma io non me ne vo… voglio andare!» 

E non lo volevo nemmeno io. In un mese avevo trovato un amico, un migliore amico, e avevo smesso di piangere. Non volevo tornare al punto di partenza. Passammo quella nottata abbracciati a piangere e a ridere degli stupidi ricordi di quelle settimane, come quando avevamo cercato di saltare un fosso e io ci ero caduto dentro; o quando avevo vinto una partita di calcio uno contro uno con più del doppio dei suoi punti e Daniel aveva dato la colpa alla notte insonne passata. Poi arrivò l’alba, e la macchina di un vicino ci spodestò dal nostro regno costringendoci a spostarci sul marciapiede. Era davvero finita.

Mentre Daniel e sua mamma partivano passai tutta la mattina alla finestra per non perdermi nemmeno un attimo. Lui mi cercava e a volte faceva della facce stupide per farmi capire che in fondo non era una tragedia, ci saremmo sentiti comunque, e magari anche visti, ma in realtà sapevamo entrambi che non sarebbe mai più stato come prima. A onor del vero, ci sentimmo al telefono saltuariamente per tutto il resto di settembre, ma poi ci perdemmo.

Ora andiamo un po’ avanti nel tempo, diciamo di una quindicina d’anni. Se lasciate passare le medie, le superiori e l’università, mi ritroverete assistente di un professore allo Iulm. Non vivevo più nel paesino di campagna, ma condividevo un appartamento in affitto con due fratelli svedesi, Marie e Ola, sui quali giravano voci di un improbabile rapporto incestuoso che me li avevano subito fatti diventare simpatici. La convivenza era perfetta: io lavoravo di giorno e loro di sera in una tavola calda sui Navigli. Ci incontravamo il giusto e non discutevamo mai, nemmeno sulle pulizie. La materia di cui mi occupavo aveva a che fare con cinema e letteratura, tutto merito di una tesi che aveva prima colpito il mio relatore e poi il professore. Forse la paga non era eccezionale, ma il gruppo di lavoro degli altri assistenti non era male e qualche volta mi era concesso perfino di tenere una lezione. Era un pomeriggio di inizio ottobre quando io e la mia collega Jessica stavamo perdendo tempo nell’ufficio del professore. Eravamo seriamente immersi in una fitta conversazione sul nulla assoluto, quando tutto d’un tratto ci fu una piega inaspettata.

«Ah! Ma hai sentito di domani sera?» mi chiese mentre era impegnata a legarsi i capelli con una matita.«Che succede? Dimmi che non è un’altra riunione straordinaria…» le risposi sbadigliando.«Fanno una specie di serata d’onore, un gala… con tutti i pezzi grossi dell’università, sai? Magnificentissimo rettore compreso! Invitano anche gente che conta… personaggi famosi… Una specie di dimostrazione del futuro che possiamo offrire, o una roba del genere…»

« Una specie di “facciamo vedere agli altri atenei quanto ce l’abbiamo grosso”?» Jessica si mise a ridere e mimò il gesto del brindisi con la sua tazzina del caffè prima di berne l’ultimo sorso.
«Secondo me quello era il piano, peccato che abbiano scelto degli invitati imbarazzanti! C’è la fashion blogger con i piedi da hobbit che non si sa perché sia famosa, poi quell’attore di quella roba… hai presente quella serie da cinquantenni in menopausa ambientatanell’Ottocento? Ecco, il tipo carino che non sa recitare che fa il figlio della protagonista! Ah! E poi ci sono anche quei due che cantano… tutti tatuati… con quel nome stupido… I Braniel.» Balzai sulla sedia.

«Li fanno venire come “esperti in social media marketing nel campo musicale”, una di quelle cose che possono insegnare solo qui» continuò Jessica sospirando.

«Ci sarà anche Brass?»; era il soprannome che avevamo dato al nostro professore per i suoi gusti in fatto di cinema.

«Certo!»

«E noi dobbiamo esserci?»

«Ha chiesto a me e Alice se gli facciamo da assistenti» rispose sparandosi alla testa con la mano.

«A me non lo ha chiesto…» Jessica scrollò le spalle.

«Vuoi venire? Ci darai una mano. Tanto di sicuro non si ricorda con chi ha parlato e poi così alla fine possiamo bere tutti e tre insieme! C’è l’open bar» disse illuminandosi su quelle due paroline magiche. Le risposi che sarei andato, ma senza specificare che lo facevo per un motivo personale, senza specificare che conoscevo e seguivo con la stessa intensità di una tredicenne in piena crisi ormonale 

i Braniel dai loro esordi e senza specificare che uno dei due si chiamava Daniel e una volta lo conoscevo.

«Attenzione! Serata da camicia azzurra!» esclamò Marie vedendomi uscire dalla mia stanza.

«Non va bene?!» le chiesi imbarazzato, lisciandomi subito la camicia pensando avesse qualcosa che non andasse.

«Ma no, tranquillo. È solo che quando metti la camicia azzurra di solito è perché hai una serata importante» mi spiegò Ola.

«Sai, così mette in risalto i tuoi occhi» civettò Marie. «Allora, chi è la fortunata?»

«Nessuna, solo un vecchio amico» mi affrettai a rispondere.

«Oh! È da tanto che non vi vedete?»

«Un po’, dai tempi delle medie.»

«Beh, è bello che siate rimasti in contatto dopo tutto questo tempo.»

Non era affatto così e, anzi, c’erano buone probabilità che Daniel non mi riconoscesse e mi prendesse per un pazzo, ma valeva comunque la pena fare un tentativo. Così mi avviai verso l’università senza aver pensato a cosa dire o fare quando lo avrei rivisto, ma con una buona dose di ansia.

«Anche lei qui?» mi apostrofò Brass quando arrivai.

«Ma sì, prof, non si ricorda che aveva chiesto una mano a tutti e tre?» tagliò corto Jessica indicando me e Alice alle sue spalle.

«Io veramente…»

«Su, su! Ha ripassato il discorso? Noi siamo pronti con le slide. Tra poco tocca a lei.»

La serata fu un susseguirsi di paroloni, applausi, foto e streaming; una via di mezzo tra un meet & greet e la festa di una setta. Mentre gente a caso sul palco dell’auditorium parlava di cose di cui nessuno si sarebbe ricordato tornando a casa, io mi aggiravo dietro le quinte con il mio pass ben in vista per cercare dove tenessero gli ospiti speciali. Fu così che finii davanti a un bestione di due metri, uno di quelli che sembrano fatti apposta per diventare buttafuori, che mi spiegò piuttosto sommariamente che senza un pass speciale non potevo avvicinarmi a quei camerini: «Tu qui non entri.» Costretto a tornare nella zona riservata agli assistenti dietro al palco, mi avvicinai ad Alice, non vedendo Jessica nei paraggi.

«È andata a vedere se hanno già aperto il bar» mi spiegò. «Allora, come mai hai voluto partecipare a questa cosa? Non avevi davvero niente di meglio da fare stasera?»

«Ho paura che se ti dicessi il vero motivo mi manderesti a quel paese… e ne avresti anche tutte le ragioni.»

«Ti concedo due minuti per spiegarmi tutto senza essere giudicato» mi accordò benevola.

«Ok. Allora… Hai presente quei due cantanti… I Braniel… Brandon e Daniel? Ecco, io conosco Daniel.»

«Va bene… L’hai già salutato?»

«È questo il problema. Non posso avvicinarmi alla loro zona e allo stesso tempo ho paura che non si ricordi di me.»

«Perché non dovrebbe?»

«Perché… sono passati tipo quindici anni dall’ultima volta che ci siamo visti, e comunque abbiamo passato insieme una sola estate, e nemmeno intera, anche se è stata intensa, per entrambi.»

La mia amica si prese un attimo di tempo per riordinare le idee prima di rispondere, mentre il rettore sul palco annunciava l’arrivo dei Braniel.

«Io penso che se davvero per voi quell’estate ha significato qualcosa, allora è impossibile che se ne sia dimenticato. Magari è rimasto un ricordo sbiadito, ma deve essere ancora lì da qualche parte.»

Alice mi rivolse uno dei suoi sorrisi a trentadue denti, quelli che faceva partire quando meno me li aspettavo, come uno di quei carillon che all’improvviso si aprono per far uscire un clown, un po’ per strapparmi una risata, un po’ per convincermi che sarebbe sempre andato tutto bene. Le sorrisi e, nello stato di ansia in cui ero, la ringraziai per quelle parole.

Durante il loro intervento Daniel non parlò molto e, anzi, sembrava non vedesse l’ora di andarsene. Era chiaro come fosse Brandon il leader, ma a dire la verità la cosa non mi stupiva, anche con me non era mai stato troppo loquace. Vennero intervistati da un professore che si occupava di marketing e da uno di relazioni pubbliche che gli fecero domande su come si fossero conosciuti, sull’importanza dei social agli inizi della loro carriera, sul rapporto con i fan e altre amenità che mi fecero sperare che fossero almeno stati pagati per partecipare. Alla fine del loro intervento cercai di attirare l’attenzione di Daniel, ma vennero prontamente scortati via dal bestione di prima. Deluso e amareggiato, salutai Alice e uscii dall’auditorium, ormai non avevo più alcun motivo per rimanere lì dentro. 

Fuori, la solita strada che percorrevo ogni giorno mi sembrava più desolante del solito, nonostante le macchine parcheggiate su entrambi i lati. O forse ero solo io che sotto le luci gialle dei lampioni vedevo tutto nero. Eppure non avevo ancora voglia di tornare a casa, così mi sedetti sui gradini dell’edificio, la testa affossata tra le ginocchia. Quando la porta alle mie spalle si aprì non feci nemmeno finta di togliermi dalla scalinata, volevo rimanere lì ancora per un po’ e poi tornare a casa. Non mi alzai nemmeno quando sentii avvicinarsi qualcuno sbuffando perché il suo accendino non funzionava.

«Hai da accendere?»

«No» risposi voltandomi. «Io non…»

Daniel.

«…fumo.»

(continua)

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