“Quattrocentotrentasette” (1 di 3). Scopri il racconto di Maria Cristina Odierna nell’antologia “Pelle”

L’edizione 2018 del contest Giovani Scrittori IULM ha dato alla luce Pelle, l’ennesima antologia di racconti nata in Ateneo per finire sugli scaffali delle librerie (clicca QUI per saperne di più).  

Ed ha, il progetto curato dal prof. Paolo Giovannetti, visto partecipi decine di studenti, che hanno messo a frutto la propria creatività nella stesura delle loro storie.
Racconti d’amore, di fantascienza o semplicemente di fantasia: il risultato è una silloge che accontenta praticamente tutti, a partire da chi ha fatto da regista nella sua impaginazione (QUI la nostra intervista ad uno dei curatori).
Per questo Radio IULM – voce degli studenti, prima che radio delle arti – ha pensato di proporre alcuni dei racconti contenuti in Pelle, con una serie di pubblicazioni sul sito che vi accompagnerà per qualche settimana ogni lunedì, mercoledì e venerdì, fino a luglio inoltrato.

La prossima storia che condividiamo con i lettori di Radio IULM è quella firmata da Maria Cristina Odierna. Si intitola Quattrocentotrentasette, di cui trovate qui sotto in esclusiva la prima parte. Buona lettura!

Quattrocentotrentasette

Mia cara Evelyn, so che in questo momento della tua esistenza le mie parole sono l’ultima cosa che vorresti leggere. D’altronde cosa posso pretendere? Mi sono cacciato in questo guaio da solo ma ho trascinato te e tutta la famiglia nell’oblio e nella disperazione più totale. Comprendo il tuo sconforto e, anche se non ho ricevuto tue notizie, so che in cuor tuo ti preoccupi per me. Non è così, Evelyn? Non merito la tua pietà, né la tua vicinanza, ma sento il bisogno di spiegarti tutto. Le giornate in carcere sono lunghe, questi tre giorni sono sembrati un’eternità. La compagnia e la polizia locale mi hanno permesso di scrivere una sola lettera prima che decidano del mio destino. Potevo indirizzarla a qualche avvocato  e invece ho scritto a te. Bada bene, non è mia intenzione farti sentire in colpa! Pensavo che meritassi di sapere la verità, tutto qui.  Inoltre a questo punto neanche il miglior avvocato di Londra potrebbe vincere questa battaglia, ma va bene così, nella vita bisogna capire anche quando è tempo di lasciare perdere. Non so quando questa lettera giungerà a destinazione, né se per allora sarò ancora vivo, poco importa. So solo che questa storia merita di essere raccontata.

Nel corso dell’ultimo anno ti ho sempre raccontato troppo poco della mia vita qui, meno di quanto mi chiedessi. La mia partenza ha cambiato tutto, la nostra vita e il nostro matrimonio hanno preso una svolta inaspettata, eppure ti ho sempre tenuta all’oscuro di ciò che mi accadeva. Forse è tardi per rimediare, ma partirò dall’inizio. Quando mi trasferii in Kenya non avevo idea di cosa mi aspettasse. Ricorderai anche meglio di me l’entusiasmo e l’eccitazione dei mesi precedenti alla partenza, quando la paura e la speranza in un futuro migliore inebriavano le nostre menti; se mi fermo un attimo avverto ancora quell’agitazione, sensazione tipica prima di ogni grande viaggio, che scuoteva i nostri animi in quei giorni lontani. Ricordo ancora il giorno in cui, bella come il sole, entrasti nel mio studio con gli occhi sgranati e una lettera tra le mani dicendo: «Johannes, ce l’hai fatta!». Avevo finalmente ottenuto il lavoro che desideravo e che ci avrebbe permesso di condurre uno stile di vita dignitoso e soddisfacente. L’unico sacrificio consisteva nel doversi separare per alcuni mesi, ma eravamo felici e carichi di aspettative, convinti che le avversità della vita non potessero toccare due giovani belli e innamorati come noi. Solo ora mi rendo conto della nostra ingenuità! Ma allora l’ingenuità era tutto ciò che possedevo, insieme alla soddisfazione di poter partire per il Kenya ed essere il medico personale dell’uomo più celebrato del Regno Unito: Sir Scott Harvey Dixon. Dal 1895 questo colonnello originario dell’isola di Wight era riuscito a creare un impero nella nuova colonia africana, diventando una vera e propria celebrità. Gli aneddoti riguardanti le sue gesta si diffondevano a macchia d’olio, la sua gestione delle piantagioni di caffè faceva invidia ai maggiori investitori. Essere al servizio di un uomo del genere per me era motivo di orgoglio; eppure l’idea che io, Johannes Clarke, figlio di un farmacista e di una sarta di Londra, sarei stato responsabile della salute di un tale mito nazionale rappresentava una fortuna che non mi sentivo di meritare. La mia percezione di “fortuna” sarebbe cambiata ben presto. Quei trentaquattro giorni di viaggio vissuti in mare aperto sono stati i più lunghi della mia vita.

Durante quel periodo, specialmente all’inizio, soffrii parecchio la tua mancanza, sebbene fossi contento di renderti orgoglioso; ciò riusciva a porre rimedio alla nostalgia, ma non al mal di mare. Stavo andando dall’altra parte del globo per prendermi cura del prossimo ed ero il primo a star male. Ironia del destino! Il resto della traversata lo ricordo confusamente, intorno all’ottavo giorno cominciai a soffrire in maniera seria e ciò mi costrinse a lunghi periodi di reclusione nella mia cabina. Le ore passavano lentamente, così decisi di leggere un po’ dei libri e dei giornali che avevo portato con me da Londra; alternavo nozioni di medicina a notizie riguardo quello strano popolo di selvaggi che da lì a breve avrei incontrato. Mi colpì un articolo in particolare che li descriveva come- cito testualmente- “esseri incivili e arretrati, neri come la pece”. Mi era sembrata una descrizione curiosa che destò in me qualche preoccupazione. Come avrei reagito di fronte a quelle entità così diverse da noi? Come avrei dovuto comportarmi? Mi sentivo impreparato, inadatto. Prima della partenza non avevo ricevuto direttive su cosa fare nel caso in cui ne avessi incontrato uno- di selvaggio, intendo- e speravo che la vicinanza del colonello e il suo buon esempio mi avrebbero rassicurato su come rivolgermi a questi “incivili neri come la pece”.

Ho ancora scolpito nella mente giorno in cui arrivammo a Mombasa. Quel viaggio infernale era finalmente giunto al termine; gli ultimi giorni erano stati estenuanti, se da una parte credevo di essermi abituato al mal di mare, dall’altro fummo seguiti da una fastidiosa perturbazione che mi creò non pochi problemi. Fatto sta che vedere da lontano le coste dell’isola fu quasi un miraggio per me, mi sentii felice come quando si torna a casa dopo un lungo viaggio. Un po’, in effetti, era come essere tornati in patria. L’isola sulla quale sorge Mombasa all’epoca del mio arrivo faceva parte del protettorato inglese, anche se gestita dallo Zanzibar. La conquista di un luogo così bello e incantevole mi gonfiava il petto d’orgoglio, ero ancora convinto che noi inglesi stessimo migliorando quei posti. Che se avessimo potuto rendere quei luoghi un po’ più civili e simili all’Inghilterra, allora avremmo compiuto il nostro dovere su questa Terra. Quello che trovai però mettendo piede sul caldo suolo keniota non assomigliava a niente che avessi mai visto in Inghilterra. Ciò che mi colpì fu innanzitutto il paesaggio. Il mare azzurro si legava indissolubilmente a un cielo lucente, ma così lucente da sembrare opera di qualche pittore. E poi il caldo. Sai che non mi sono mai spinto oltre la Scozia, dove la temperatura è piuttosto uguale a quella di Londra.  E quel caldo soffocante, quel sole che sembrava bruciarti la pelle… era tutto nuovo per me. Credo che però Mombasa ti sarebbe piaciuta, Evelyn. Dubito che un giorno vorrai venirci dopo quello che è accaduto ma sappi che, mentre osservavo da lontano il Kenya per la prima volta, il mio pensiero andava a te.

La prima impressione della città quindi fu decisamente positiva, ma ciò che mi sorprese ancora di più fu quello che trovai una volta sceso dalla nave. Oltre il grande numero di biciclette e carrozze in giro per Mombasa, ciò che mi colpì fu ovviamente la popolazione. Scoprii che in città non vi erano così tanti “negri” come avevo immaginato, poiché le zone urbane erano quasi interamente in mano agli occidentali. Inutile dire che questa constatazione della supremazia bianca m’infervoró ancora di più, per cui l’idea di poter conoscere Sir Harvey Dixon e servire la mia patria mi provocava un’euforia che riuscivo a trattenere a stento. Ma il primo inglese che conobbi fu Alvin Smith: mi venne a prendere al porto e si occupò di me appena arrivato. Era un ragazzo sulla trentina, un giovane botanico proveniente da York giunto in Kenya per dedicarsi alla cura e alla gestione delle piantagioni di caffè. Quel giorno Alvin mi disse che saremmo partiti immediatamente per “il campo” come diceva lui. Ciò che egli intendeva per campo in realtà era un villaggio non molto lontano da Nairobi, immerso in zone paludose che i nostri connazionali avevano bonificato negli ultimi anni, trasformando quell’angolo di mondo dimenticato da Dio in un paradiso di civiltà e avanguardia. O almeno era quello che si credeva. L’immediato viaggio verso il campo mi diede l’opportunità di osservare meglio il paesaggio: una terra vasta, immensa e sconosciuta. In quel momento iniziai ad avere un po’ di paura, mia cara Evelyn.

Quando si parte per una nuova avventura si è pieni di aspettative, carichi di speranze e d’eccitazione per ciò che verrà e ciò che vedremo, per le persone che incontreremo e tutto quello che impareremo. Quando si parte per una nuova avventura però non si pensa mai a quanto un viaggio ci cambierà, alle difficoltà che dovremo affrontare, ai momenti di sconforto e quelli durante i quali quasi  si rimpiange di essere partiti.  Per tutta la vita sono sempre andato alla ricerca del diverso, il mio animo curioso mi ha sempre tormentato; già da bambino sognavo luoghi lontani, paesaggi inesplorati che potessero placare quell’inquietudine che mi porto dentro. Sognavo di aiutare le persone, dare loro conforto e di viaggiare, viaggiare senza mai una meta. Tu questo l’hai sempre saputo, mia amata Evelyn. Per questo motivo la notizia della mia assunzione in Kenya ti aveva reso così felice: speravi che questa esperienza potesse donarmi quel senso di soddisfazione che mi era tanto estraneo. Non deve essere stato facile avermi avuto come marito, povera Evelyn. Come si fa a sostenere e tenere il passo di un uomo che non sa dove sta andando ? Per la tua pazienza ti ringrazio infinitamente, oggi più che mai. Allora devo ammetterlo, sapere di dover andare dall’altra parte del globo mi aveva risollevato, sentivo che finalmente la mia confusa curiosità avrebbe trovato in quel viaggio un approdo sicuro. Solo una volta giunto a destinazione però mi resi conto di quanto lontano mi fossi spinto. Come avrei vissuto in Kenya? La distanza avrebbe minacciato il nostro matrimonio? Per quanto tempo sarei riuscito a tenere a bada la mia inquietudine senza il tuo supporto e la tua presenza costante?

(continua)

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