“Ciao, sono io”. Scopri il racconto di Stefano Riboldi nell’antologia “Pelle”

L’edizione 2018 del contest Giovani Scrittori IULM ha dato alla luce Pelle, l’ennesima antologia di racconti nata in Ateneo per finire sugli scaffali delle librerie (clicca QUI per saperne di più).  

Ed ha, il progetto curato dal prof. Paolo Giovannetti, visto partecipi decide di studenti, che hanno messo a frutto la propria creatività nella stesura delle loro storie.
Racconti d’amore, di fantascienza o semplicemente di fantasia: il risultato è una silloge che accontenta praticamente tutti, a partire da chi ha fatto da regista nella sua impaginazione (QUI la nostra intervista ad uno dei curatori).
Per questo Radio IULM – voce degli studenti, prima che radio delle arti – ha pensato di proporre alcuni dei racconti contenuti in Pelle, con una serie di pubblicazioni sul sito che vi accompagnerà per qualche settimana ogni lunedì, mercoledì e venerdì, fino a luglio inoltrato.

La prima storia che condividiamo con i lettori di Radio IULM è quella firmata da Stefano Riboldi. Si intitola Ciao, sono io e ne sono disponibili la versione audio, prodotta a Radio IULM dagli stessi autori delle storie (giù il podcast da ascoltare) e nel testo integrale.

Ciao, sono io.
Scusa per l’ora. Sto registrando questo messaggio perché ho delle cose da dirti e ci metterò un po’. Ascoltami se puoi, io cercherò di esprimermi al meglio anche se l’ansia mi sta mangiando vivo.

Ho pensato davvero tanto in questi ultimi giorni. È stato un inferno. Ho pensato così tanto che mi fa male la testa. Non ho capito molto, comunque. Tranne che spesso agisco senza ragionare per poi maledire la mia imprudenza qualche secondo dopo. Ma questo lo sapevamo già. E sappiamo anche che sono troppo orgoglioso per ammettere di aver fatto una cazzata. Mi senti, sì? Ecco… stavolta ho fatto una cazzata. Ma non una semplice cazzata, una cazzata grossa.

Sono ancora io… scusa se mi fermo ogni tanto, ma è difficile trovare le parole giuste con questo nodo alla gola. Tu lo sai, i legami forti mi hanno sempre messo angoscia. Aspetta, non proprio sempre. Tanto tempo fa c’è stata una persona… te ne avevo parlato. Crepavo dalla voglia di vederlo la mattina alla fermata del bus. E durante la lezione di chimica scappavamo sempre in bagno perché era l’unico posto in cui potevamo stare assieme senza che gli altri si accorgessero di noi. Ci baciavamo con in sottofondo lo scroscio del piscio nei cessi limitrofi, che per me era comunque il suono più romantico che avessi mai sentito. Lì la travolgente gioia di esistere si univa all’angosciante timore di essere scoperti ed io speravo che quegli istanti potessero non avere mai fine.

Invece anche le sensazioni più intense sono destinate a terminare. E nel momento esatto in cui lo realizzai, mentre cercavo di riassestare l’anima che mi era appena stata fatta a brandelli, giurai che non mi sarei permesso mai più di innamorarmi. So che pensi sia egoista, e forse non hai tutti i torti. Ma credevo che l’unico modo per evitare che si rompesse anche l’ultimo pezzo di cuore che mi rimaneva sarebbe stato fingere di non provare più nulla per niente e per nessuno. E mentre i tuoi sentimenti nei miei confronti diventavano sempre più vivi, io tentavo di mantenere le distanze così da non rimanere fregato ancora una volta.

La verità è che per evitarmi di soffrire ho preferito lasciare che soffrissi tu, ed è di questo che mi vergogno maggiormente. Mi si contorce lo stomaco quando… Cristo… sta cominciando a piovere… è meglio se accosto…

Dicevo… mi si contorce lo stomaco quando mi rendo conto di essere stato la causa del tuo dolore. Di averti permesso di leggere il mio nome tra i versi delle canzoni più tristi. Di averti squarciato il petto lasciandoti un vuoto che hai vanamente tentato di riempire. Ma io non sono così. In fondo al cuore almeno, non sono quel vile che ti è stato accanto in questi mesi. Spero che tu ne sia consapevole, nonostante tutto.

Ecco… quando ho scoperto che stavi sentendo altre persone, l’ho presa bene. D’altronde ti avevo lasciato, ed era quello che ti consigliavo di fare. Di legarti ad altri per dimenticarmi. Di stare con qualcuno che potesse trattarti in maniera degna, cosa in cui io avevo miseramente fallito. Ma quando Luca mi ha detto che sei andato a letto con quello, io… non sono riuscito a togliermi dalla testa l’immagine del tuo corpo che si muove sul suo. Facendo cose che eri solito fare con me, tra lenzuola che sopra ormai non hanno più il mio odore. È stato un pensiero che mi ha fatto del male vero. E forse per qualche giorno sono riuscito a provare un briciolo della sofferenza a cui per mesi ho condannato te.

Voglio essere onesto, anche io sono stato con altri nelle ultime settimane. Li incontravo, ci parlavo un po’, lasciavo che le loro parole vuote mi riempissero la stanza. Poi, quando ascoltarli diveniva insostenibile, li zittivo con un bacio arido e insapore. I loro corpi tra le mie mani erano come pezzi di carne da macello, non mi provocavano alcun fremito interiore se non la compassione per il modo disumano in cui ne abusavo pur di soddisfare un fetido bisogno fisico. I loro nomi, le loro età, i sogni e gli ideali che con passione mi avevano rivelato fino a pochi istanti prima, perdevano ogni valenza sgretolandomisi addosso una volta raggiunto l’orgasmo. E con quel grido liberatorio veniva sancito l’epilogo di una battaglia in cui ero stato pietosamente sconfitto. Come posso pretendere da uno sconosciuto un amore anche solo lontanamente simile a quello della persona che me lo ha insegnato? E nel caso in cui riuscissi a condividere il mio corpo con tutti gli esseri umani di questo pianeta, chi di loro sarebbe in grado di farmi provare quello che sento quando il tuo corpo è sul mio? Scusa, mi trema la voce…

Ti ricordi quando ci siamo visti l’ultima volta? Ti accarezzavo le mani dicendoti di volerti imparare a memoria e tu mi guardavi come se fossi pazzo, ma mi lasciavi fare. Incredibile come riuscissi a trovare qualcosa di bello anche nelle tue unghie distrutte. Credo stia tutto qui, il segreto di questo amore. Nel tuo calore, nel tuo profumo, nelle tue curve e nei tuoi solchi. Affondato in quei corpi freddi e privi di colori, tutto ciò che percepivo era la mancanza del tepore della tua pelle adagiata sulla mia. Quel sottile strato di tessuto liscio e morbido che oramai è diventato casa. Se chiudo gli occhi e fingo che questo volante sia la tua schiena, quasi mi sembra di toccarla. Sento il neo che hai dietro il collo, quello che a me piace tanto ma di cui tu senza motivo ti vergogni. Poi mi sposto con le dita verso il fianco e quasi mi sembra di sfiorarti le costole anche se adesso… ecco se adesso fossi realmente qui cominceresti a dimenarti come un ossesso perché soffri tantissimo il solletico…

Mi manca appoggiare la testa sul tuo petto e sognare cullato dal tuo cuore che batte. Mi manca arricciarti i capelli tra le dita e percorrerti le gambe coi polpastrelli mentre stai guidando. Mi manca sfiorarti le guance mentre stiamo guardando un film al buio per vedere se anche tu ti sei emozionato. Mi manca il tuo respiro caldo sul mio collo che mi fa tremare mentre facciamo l’amore. Mi manca fare l’amore, sì, sbattere il tuo corpo contro il mio, sentire addosso le gocce del tuo sudore, farti rabbrividire. Ma soprattutto mi manca osservarti dormire e sentirti mio. In un modo o nell’altro quando sei sveglio riesci a sfuggirmi, ti guardo e non capisco a che pensi, d’altronde la tua mente è la cosa più straordinaria, affascinante e totalmente disturbata che io abbia avuto l’onore di conoscere. Ma quando dormi sei lì, solo per me, circondato da tutta quella pelle che sembra così fragile e infinita e mi sento in dovere di proteggerla. Perché è l’unica pelle di cui m’importa, il vestito che ti sta meglio addosso, il libro su cui è scritta tutta la tua storia e credimi se ti dico che ho provato a leggerne altri ma mi sono sempre interrotto alla prefazione.

Non so cosa queste parole abbiano provocato in te, se mi trovi ridicolo, se vuoi prendermi a pugni o se invece sei riuscito a capire tutto quello che intendevo. Oggi giovedì 16 febbraio sono le ore 23.54 e sono chiuso in macchina sotto la pioggia a tre isolati da casa tua. Vorrei scendere, raggiungerti e guardarti un’ultima volta mentre ti addormenti per sentirti ancora mio. Ecco… ora ti sarò sicuramente sembrato uno psicopatico. Cristo Santo devo imparare a tacere se non ho nulla di intelligente da dire.

Ho finito. Grazie per avermi ascoltato. Scusa per l’ora.
Ciao, sono io.