“Albero della speranza sii solido”. Frida Kahlo e l’arte dell’entusiasmo

Il viaggio nell’arte di Flanerie prosegue attraverso l’opera di Frida Kahlo. Nella scorsa puntata (a fondo pagina il podcast da ascoltare) 

in studio si è parlato anche di entusiasmo, quello che traspare in’opera della pittrice messicana. 

L’entusiasmo è il fascino che ci tiene desti nelle notti profonde, nonché l’incanto che la mattina ci desta dal sonno. Il termine deriva dal greco e significa “avere qualcosa di dio dentro”. Frida Kahlo era intrisa di entusiasmo, perché ne conosceva l’esperienza più profonda. Era un reattore ad alto potenziale che emetteva costantemente scosse. Per vivere aveva bisogno dell’esaltazione che si intreccia con l’amore, l’allegria e la verità. Decorava la verità inventandola, sminuendola, estraendola dal contesto, provocandola. Perché coloro che sanno vivere davvero sono quelli in grado di plasmare la realtà a proprio piacimento e di credere a tale inganno, pur essendo stati loro stessi a generarlo.

Frida era un paradosso definitivo che esemplifica il potere della ribellione davanti alla vita, della debolezza dell’essere cosciente, della volontà tesa come una freccia contro un destino avverso. La sua musa altro non è che quel dolore che amplifica le virtù creative quando l’animo si cruccia. Nel giugno del 1946, Frida Kahlo subì un’operazione da uno specialista di New York per rinforzare la colonna vertebrale. Poco tempo dopo, Frida realizzò L’albero della speranza per l’ingegnere Eduardo Morillo Safa, suo mecenate, scrivendogli: “Ho quasi terminato il suo primo quadro; naturalmente non si tratta d’altro che del risultato di questa maledetta operazione: da una parte sono seduta – sull’orlo di un precipizio – con in mano il corsetto di pelle; dietro sono sdraiata su una lettiga, con il viso rivolto verso il paesaggio, con una parte di schiena scoperta, su cui si possono vedere le cicatrici che questi figli di puttana di chirurghi mi hanno fatto”.

Al corpo scoperto, ferito e indebolito è contrapposta la figura di Frida, che guarda dritta al futuro. Con il motto “Albero della speranza sii solido”, scritto sullo stendardo che regge in mano, sembra dare coraggio a se stessa. D’altronde la speranza, per ingannevole che sia, serve almeno a condurci alla morte per una strada piacevole. Anche se non amaste Frida, non potreste non riconoscerne il valore: il suo entusiasmo di vivere condurrà a interrogarvi sulla vostra esistenza. Usciti dalla sua mostra in Triennale vi sentirete in colpa verso voi stessi per non aver creduto in fondo nelle vostre possibilità, per non aver amato abbastanza intensamente, per non esservi concessi la possibilità di sbagliare, per non considerarvi abbastanza e, in generale, per non vivere abbastanza. Nella sua lotta per comprendere l’incomprensibile e l’infinita fragilità del corpo, Frida arrivò a sentirsi una persona speciale. E così, quel che successe nel suo corpo si convertì in un evento spirituale.

La sua menomazione e l’esperienza di lottare nella più stretta solitudine si trasformarono nel suo capitale spirituale. Dal un corpo pieno di ferite sorse il progetto di fare della sua vita qualcosa di unico. Frida si esercitò nell’arte di nascondere, occultare o mascherare la sua costernazione: si truccava, si addobbava e compensava la sua mancanza fisica con modi non ordinari e sfacciati, ossia ribellandosi di fronte al convenzionale. Sì, Frida aveva senza dubbio qualcosa di divino dentro di sé. L’entusiasta è un infaticabile sognatore, un inventore di progetti, un creatore di strategie, che contagia gli altri con i suoi sogni. Non è cieco, non è incosciente ma è solamente bravo a fingere. Sa che ci sono difficoltà, ostacoli talvolta insolubili. Sa che su dieci iniziative nove falliscono. Ma non si abbatte. Ricomincia da capo, si rinnova perché la sua mente è fertile. Cerca continuamente strade, sentieri alternativi. E’ un creatore di possibilità e di vita.

Flanerie, puntata del 9 marzo