Che succede dopo il voto dei disastri? Il “rebus governo” visto da Francesco Fanucchi

L’onda lunga del terremoto politico italiano, iniziato nella notte di domenica 4 marzo, si riverbera sul nuovo Parlamento. Gli elettori si sono infatti espressi ribaltando nelle urne gli equilibri della rappresentanza nelle due camere.

La netta affermazione di Movimento 5 Stelle e Lega Nord – entrambe all’opposizione negli ultimi sei anni – ha ridotto al minimo storico le truppe di Partito Democratico e Forza Italia, oltre a spazzare via le forze del centro e della sinistra radicale.
Definita la composizione delle camere, non è ancora tempo del loro insediamento, né della formazione del nuovo Consiglio dei Ministri. Andrà infatti sciolto, dal presidente Mattarella, un quanto mai intricato Rebus Governo. E proprio del difficile intrico da sciogliere hanno parlato Achille Cignani ed Enzo Cartaregia nella scorsa puntata di Zizzania (clicca QUI per riascoltarla). Delinando la nuova geografia politica ed i possibili scenari all’orizzonte, i due conduttori hanno valutato nomi e prospettive in campo, tra l’esito delle elezioni e la staffetta che si apre per la successione al governo Gentiloni.

Per farlo, in chiusura, gli speaker hanno chiesto il (semiserio) punto di vista di Francesco Fanucchi (giù il podcast da ascoltare)

“Da destra a sinistra, le elezioni dei disastri” (audio, Zizzania. Puntata 8 marzo. Clicca QUI per ascoltarla )
di Francesco Fanucchi

Riascolta “Rebus Governo”, la quarta puntata di Zizzania, a questo link: http://www.radioiulm.it/album/zizzania/

Hanno perso. I liberali, i moderati, la sinistra, l’europeismo. Ha trionfato la gente onesta. Gli Itagliani sono arrivati prima. E la Kasta ha finalmente perso.
La terza repubblica è all’orizzonte e presenta due nuovi attori protagonisti: Movimento 5 Stelle e Lega. Salvini e Di Maio condividono la maggioranza assoluta dei voti ed anche dei seggi in parlamento, seppure non autosufficienti.
La coalizione di Centro (ahahah) Destra è la più forte del Paese. I numeri sono eccezionali: Lega al 17%, capitanata dal bardo Matteo Salvini, Vangelo in mano e ruspa in tasca; Silvione nazionale al 14% e Giorgia Meloni con Fratelli d’Italia in seconda fila, al 4%. Il gruppo, seppur forte in entrambe le camere, non riesce ad avere la maggioranza assoluta di 316 deputati e 158 senatori.
I Cinquestelle hanno corso da soli. E hanno tagliato un record storico. Oltre a quello dei congiuntivi sbagliati, si intende: sono riusciti a raggiungere il 32% di voti. È un dato prorompente, considerando il plebiscito nel Meridione. Ma anche in questo caso, non ci sono i numeri per creare un governo unico pentastellato.
Il Partito democratico, invece, è crollato. Da Prima donna del teatrino politico italiano a comparsa
spaurita. Sotto il 20%.
L’umana simpatia, lo strepitoso calore umano e l’irresistibile umiltà del suo segretario non sono bastate a fermare il tracollo. “Sicuro sicuro?”. A sinistra in Italia si perde. Sapevatelo.
E allora, se il Pd non è più capace di essere forza di governo e le due nuove maggioranze di questo Paese non riescono da sole a formare un esecutivo, la domanda da porsi è una: che famo?
Opzione numero uno: Governo a guida Salvini.
La coalizione di destra necessita di un sostegno esterno per arrivare a Palazzo Chigi. Sostegno che non sembra esserci. Né da parte del Piddì, nemico giurato dei leghisti ma non di Berlusconi – comunque troppo debole – né da parte Grillina, vicina a Salvini su temi come immigrazione ed euroscetticismo, ma allergica all’ex Cavaliere e alla sua ciurma di impresentabili. Bene, ma non benissimo.
Secondo scenario: Giggino Premieeer!!!
Nella precedente legislatura i 5stelle si sono distinti come partito “puro”. Hanno, i giacobini trasformati adesso in governisti, sempre preso posizioni contrarie a quelle dei governi in carica.
Onesti? Furbi? Poco importa. Ora, se vogliono governare, devono cercare un alleato. Per un governo stabile, i casi sono due: Lega o Partito Democratico post-renziano.
Difficile in entrambi i casi. Salvini ha già fatto sapere alla stampa che il governo può essere solo con la coalizione di centrodestra. Non ha alcuna intenzione di allearsi con gente incompetente, fannullona, che non ha mai lavorato un giorno in via sua. Lui, dice.
Renzi, interiorizzata la sconfitta e fatto un doloroso mea culpa, durato ben due quarti d’ora, ha deciso di dimettersi dall’incarico di segretario dem. Ma solo dopo le consultazioni con il Presidente della Repubblica Mattarella e l’affermazione di un nuovo esecutivo senza Pd.
Quindi si dimette, ma anche no, o almeno non subito. Prima farà ostruzionismo a tutti i costi, impedendo la nascita di un possibile governo targato M5S-Pd. Una mossa coerente. Al personaggio. E responsabile. Solo verso se stesso.
E allora? E allora niente. Non c’è una maggioranza capace di governare il Paese. Ad oggi, post voto, troviamo l’ennesima matassa di partiti incapaci di formare un esecutivo forte. E se, per qualche colpo di scena i nostri rappresentanti riuscissero a creare un governo, ci ritroveremo con ogni probabilità una maggioranza aggressiva, xenofoba, lontana dall’Europa.
Intanto, è nata la terza Repubblica.
È un dramma, ma ci sarà da divertirsi. Forse