Sospesi tra liberazione ed alienazione. La danza in Lamentation e in Black Swan

L’arte come liberazione è il tema della seconda puntata di Flanerie, show di Radio IULM che vi offrirà una nuova full immersion nel mondo dell’arte, stavolta tra moda, danza e cinema (a fondo pagina il podcast da ascoltare)E di liberazione parlano l’opera di Marta Graham ed un film da oscar di Arofnosky. 

Lamentation. Una coreografia che, già dalla sua denominazione, assume tutto il peso di un significato alquanto pregnante. Sono appena tre i minuti di assolo, nel quale una divina Marta Graham si esibisce con dei movimenti a zig zag. Estremi, bruschi, sono i passi della danzatrice, retta soltanto da una sedia presente sulla scena. A piedi scoperti, avvolta da un telo elastico grigio che ne evidenzia da sotto le forme, la Graham si fa il simbolo di un confine sottile tra mondo interiore ed esteriore, quella prigione che limita il corpo ed in cui si esprime il suo dolore, di respiro universale.

Martha Graham intepreta Lamentation

Aspetto straordinario può senza dubbio essere il costume, fondamentale per plasmare la coreografia. Consiste in un tubo di stoffa lilla che copre il corpo della danzatrice, ad eccezione di volto, mani e piedi. E nel momento in cui Marta Graham inizia a danzare disegna linee che connettono repentinamente parti del suo corpo, scatenando quella tensione dinamica che rende l’esibizione unica nel suo genere.
Non c’è però velleità di narrazione, in un progetto artistico passato alla storia per il suo anelito alla liberazione.
Lontana da un’antica ridda e dalle etere silfide dell’ era Petipa, la coreografia assume un significato decisamente inedito. Sulla scena non c’è nulla degli armoniosi pas de Bourée di ballerine avvolte in un candido tulle, bensì lo strazio di una detenzione da cui la danzatrice riesce a liberarsi.
In questa rielaborazione di un sentimento universale,ciascun individuo può attribuire ad un determinato gesto un significato unico, da altri non percepito.
Lamentation è per questo una rappresentazione del tutto non convenzionale, che rompe i canoni a cui la tradizione del balletto aveva “educato” il pubblico.

Black Swan valse il premio Oscar a Natalie Portman

E soffermandosi su questo capolavoro della modern dance, non si potrà non citare Black Swan, la celebre pellicola di Aronofsky che portò Natalie Portman dritta al premio Oscar, quale migliore attrice protagonista.
Nina, fredda e riservata ballerina, si ritrova infatti a fare i conti con una società estremamente competitiva, che la costringe ad un’incessante lavoro per l’affermazione di sé. La giovane performer è vittima delle pressioni di un Super Io che l’ha resa prigioniera. Ed al tempo stesso di un Es che, per rivendicare il suo diritto ad emergere, non potrà fare altrimenti che distruggere.
Una personalità insomma irrimediabilmente straziata, contesa da due forze, che non riesce a reintegrarsi nell’equilibrio dell’io. In questo caso, l’atto coreografico tramuta la sua funzione da liberazione ad alienazione, solo con la morte la fanciulla troverà la perfezione. Un ultimo passo, uno sguardo, l’ estinzione della melodia narrativa. Perchè “quello che facciamo è bellissimo ma fugace. La danza non è resa immortale come la musica, la poesia o l’arte. Non invecchia nei musei o nelle chiese, ma vive per adesso”. 

Elisa Cherchi

Il podcast della prima puntata di Flanerie, in onda venerdì 2 marzo