Nudo, troppo nudo. Viaggio nell’arte di Paolo Roversi

Nudità e rappresentazione sono i temi della prima puntata di Flanerie, show di Radio IULM andato in onda venerdì, alle ore 20:00 (a fondo pagina il podcast da ascoltare).

Ed il percorso delle conduttrici è passato anche attraverso l’arte di Paolo Roversi.

Mi vidi nuda per la prima volta all’età di undici anni. Intendiamoci: sicuramente prima d’allora avevo incrociato il mio corpo anche in altre fuggevoli occasioni, ma mai mi ero messa a parlare con lui.  Era di mio possesso da ben undici anni ma non ci avevo ancora fatto la conoscenza. Davvero strano. Quando quella sera di luglio lo scoprii, lui squarciò le mie sicurezze creando una sorta di vertigine.

Lo scorso martedì, in Galleria Sozzani, sono tornata undicenne. Il turbinio dei miei pensieri si faceva via via sempre più vorticoso, perché i nudi di Paolo Roversi infastidiscono, turbano, svelano e spogliano anche chi li osserva. Sono nudi davvero nudi, il risultato di una sottrazione totale che toglie tutto e lascia (apparentemente) il nulla. Roversi cerca di eliminare ogni costrutto sottraendo, poco a poco, fino a quando rimane solamente qualcosa di puro. Sembra un’assenza ma, in realtà, per Roversi, la bellezza interiore scaturisce proprio da questo vuoto.

Come il teatro nō, dove i movimenti sono solo movimenti,  non hanno nessun significato o contenuto ed è proprio questo loro essere soltanto movimenti a renderli belli per la loro purezza, per il vuoto di intenzione, movimenti che inducono stati d’animo, più che descriverli, che provocano emozioni più che esprimerle compiutamente, così sono le immagini di Roversi. La loro sconcertante bellezza scaturisce da una purezza di fondo, che non ha bisogno di null’altro se non di se stessa. Da un loro essere conchiuse e non mancanti di niente. Non di un significato, non di un  contenuto. Semplicemente finite e per questo perfette. Ed è così che la loro vista ci può colpire, ci può azzittire togliendoci ogni pensiero. Lo stesso avviene con il punctum di Roland Barthes  (allo stesso modo dell’ombelico del sogno di cui parla Freud nel Traumdeutung), in cui qualcosa di non direttamente traducibile in linguaggio ci colpisce, arresta il pensiero, blocca ogni lettura possibile, congela lo studium, per porgerci però quella verità profonda che quella foto e quel sogno hanno da offrire singolarmente, a ciascuno di noi.

E’ l’immagine che ci guarda e agisce su di noi, ferendoci. Ed è proprio per questa ferita infertaci che si riesce a godere difficilmente di questi nudi, completamente spogliati di senso perché guardarli fa male, perché sono nudi desolanti e l’uomo – si sa – ha il bisogno primordiale di instillare senso nelle cose.

Dunque, io penso che al lavoro di decostruzione del soggetto da parte di Roversi ne segua inevitabilmente uno di ricostruzione di significato da parte del fruitore. Perchè i nudi troppo nudi non ci piacciono proprio. Ed è questo il motivo per cui ci vestiamo, ci salutiamo, sorridiamo, abbiamo paura… costruiamo delle maschere che ci rendano classificabili al mondo e a noi stessi. E siamo tanto bravi nel celare la nostra nudità, da non essere mai nudi – lo sguardo, la voce sono già un abbigliamento.

Baudrillard sostiene che siamo nudi soltanto nella morte. Pensateci: anche la donna non dorme mai nuda: ha sempre un gioiello, un trucco, una crema, un pensiero che le serve da abbigliamento contro l’abisso del sonno. A undici anni, svestita, davanti allo specchio, mi vidi nuda per la prima volta. Spaventata, mi rivestii frettolosamente con un sorriso.

Il podcast della prima puntata di Flanerie, in onda venerdì 23 febbraio